Ventisette. Apriti sesamo

È cominciata anche qui. La rivolta.
Me lo aspettavo, ma non così, non oggi. Che sembrava un giorno di confinamento come un altro: la colazione, i compiti, il telelavoro, un paio di telefonate a Casa, un salto in giardino a sgranchirsi prima di pranzo. Niente lo lasciava presagire. E invece è successo.
Il marito è appena rientrato dalla pausa sigaretta e sale nella camera ufficio, il figlio è in tesa conversazione con l’ortografia francese, io piego i panni mentre il minicane cerca un complice per uscire. Si offre la figlia danzando su un piede. Rimette a terra anche l’altro, apre la porta che dà sulle scale e ‘mamma! Non l’ho fatto apposta!’
Questa cosa del premettere sempre la non intenzionalità di un danno me la devo ancora spiegare. Ma un’altra volta. Perché l’urgenza chiama.
In mano alla figlia giace, inerte, tranciata di netto, la maniglia esterna della porta.
Il nostro micro mondo blocca il suo moto. Il marito viene strappato da un urlo – non mio – a una conversazione internazionale. Il figlio mi guarda come se fosse esplosa la cucina. La figlia rimane incantata.
Il minicane è l’unico lucido e fa notare che si stava uscendo. Appunto.
Tendiamo alla tragedia in famiglia, saranno le origini siculo greche dei tre quarti della squadra, ma l’incidente merita una riunione. Il marito, pratico e con il pensiero al Brasile in videoconferenza di sopra, minimizza, dice che per fortuna si tratta della maniglia esterna, che così ci possiamo chiudere dentro. Il figlio ottimista in calo di zuccheri sottolinea che se si rompe anche l’altra poi restiamo bloccati. La figlia resta priva di reazioni, anche se ora la vedo un po’ scossa. Il minicane si è messo in poltrona.
D’accordo, non è niente di grave. È solo una maniglia e abbiamo una certa esperienza. Di cose ribelli nelle case.
In Grecia c’è stata la pioggia in bagno. Lo scaldabagno sofferente aveva tentato di avvertirci con qualche goccia, poi stanco di essere ignorato aveva mollato. Acqua corrente sulla testa di una piccola principessa che soggiornava in quel momento nella sala del trono. Chiamò la mamma che, donna di concetto, le portò un ombrello perché completasse le operazioni di insediamento.
L’acqua calda tornò una settimana dopo e per fortuna anche i nostri amici, ma avremmo dovuto dar retta ai segnali.
Nella Casa in Italia la cassetta dietro al trono l’abbiamo cambiata quattro volte. Anche lei incantata, la si doveva supplicare, minacciare, ricaricare. Nessuna terapia funzionava, così si cambiava. Aveva però passato la voce alle amiche, perché dopo di lei uguale: stessa frattura, stessa fattura.
Qui in Francia sono le porte.
Il marito ne ha cambiata una che si apriva al contrario, lei, offesa, ha opposto una resistenza encomiabile, si è arresa, ma ce l’ha fatta pagare mettendoci in difficoltà con la presa della corrente. Tuttora incompiuta.
E oggi questa impugnatura ribelle che si è staccata dalla sorella. Per sempre. Impossibile riconciliarle.
Il tuttofare di famiglia troverà una soluzione nel fine settimana, ma cambiare la porta è fuori discussione. Non si può andare a comprarla, e neanche la maniglia.
Si impongono nuove norme di convivenza: si scende a turno, che se una corrente d’aria sbatte la porta stiamo fuori. O si prevede un blocco alla chiusura, se usciamo tutti insieme.
Ma tanto è un rischio lussuoso che per ora non corriamo.

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