Ventotto. Anniversario

Dieci anni anni fa.
Apro la finestra di casa e vedo Atene all’orizzonte.
Dieci anni fa.
Ci alziamo all’alba, io e il marito, facciamo colazione in silenzio.
Dieci anni fa.
Oggi arriva il figlio a casa.

La borsa con i vestiti è pronta: un paio di jeans, un maglioncino a righe blu, un giubbotto rosso. Le scarpe le ha, c’è scritto il nome all’interno, sono sue. Solo le scarpe. Gli altri vestiti sono in condivisione. Dove vive lui c’è un armadio fino al soffitto con pile di magliette, pantaloni e felpe piegati in bell’ordine di taglia.
Che quando si devono vestire dieci bambini sotto i quattro anni nel minor tempo possibile, si fa prima.
Anche noi siamo arrivati veloci, non c’è traffico a quest’ora. La sbarra è alzata, il custode ci conosce. Il parcheggio è deserto. Percorriamo i corridoi con l’ansia incredula da giorno di Natale. Sappiamo orientarci, ma per fortuna c’è l’assistente sociale che fa strada. Ci concentriamo sui colori.
Verde, viola, arancione, azzurro, rosa. Porta rosa. Lui abita qui.
Ci aspetta. È in pigiama. Tutto profumato. So che si è messo in fila per farsi pettinare e ricevere uno spruzzo di colonia, il battesimo di chi esce.
Ieri sera le sue urla le avranno sentite sull’Acropoli.
‘Ottimo segno – ci dice l’educatrice – vuol dire che si è già affezionato’. E grazie tante. Ma come fai a lasciarlo lì? Dopo due settimane che lo vedi ogni giorno negli orari stabiliti, che ti inventi i giochi più idioti per far passare le ore infinite lì dentro, che quando sei fuori nel parco dell’istituto invece che sullo scivolo lo vorresti mettere in macchina. Subito. Come fai la sera prima a lasciarlo lì? E l’ultima sera, dai. Ha due anni e mezzo. Che vi cambia?
Allora restiamo noi. Dormiamo su una sedia, per terra, in piedi, non dormiamo, ma restiamo.
Niente da fare, sono le regole. E va bene, d’accordo.
Esce oggi.
Pasticcini, foto ricordo, saluti e baci. Sembra una rockstar in congedo dai fan alla fine del concerto, un bodyguard per mano, nell’altra un pezzo di cioccolato.
Scortato fino al Kangoo, lo metto sul seggiolino e fisso bene la cintura. Mentre andiamo guarda fuori, è uguale adesso quando aspetta qualcuno.
Ci fermiamo al forno in piazza a comprare il pane. Il cuore greco è un gran chiacchierone e lo sanno tutti che i due italiani stanno arrivando con lui. C’è già una delegazione che fa domande, ma rimandiamo la conferenza stampa con un no comment sorridente.
Il comitato d’accoglienza ci aspetta a casa, sommerso dai palloncini.
La famiglia dei Kosta ha organizzato tutto in segreto. Negli ultimi giorni eravamo concentrati a compilare i documenti per l’adozione, comperare beni di prima necessità infantile, filosofeggiare sui massimi sistemi. Non abbiamo pensato di celebrare l’arrivo. Per fortuna. Non saremmo stati all’altezza di una festa così.
Solo in Grecia la possono fare. E i nostri amici.
Lui ride, mangia, apre regali, mangia, ride.

Dieci anni fa lui è diventato nostro figlio. Per le carte ufficiali abbiamo aspettato un altro anno e mezzo, ma noi si festeggia oggi.
Il complifamiglia.
Perché da lì in poi tutto si è complicato, ci si è ingarbugliata la vita.
Che l’amore ti si appiccica addosso, sporca e fa confusione.
Non dormi di notte e mangi schifezze.
Per festeggiare.
Patatine fritte, hamburger e torta al cioccolato.

η αγάπη

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