Novantuno. Ripasserò

Siamo in zona verde. Promossi per il collège.
Settimana prossima il figlio, con mascherina, distanze e numero ridotto, potrà riprendere la scuola.
Le elementari e le materne sono già aperte, anche i nidi funzionano da tre settimane.
Perché i Francesi sono bravi. Nell’organizzazione.
In tempi record hanno montato un sistema scolastico provvisorio che rispetti alla lettera un protocollo sanitario d’emergenza. Insegnanti con mascherina, nastro adesivo per terra che intruppa tutti e via.
I genitori tornano al lavoro, il Paese può ripartire.
No scuola no parti.
Perché non ci sono nonni all’orizzonte che si occupino della prole. E le scelte familiari alternative con mamma o papà a casa sono pezzi unici.
Li trovo quasi tutti fuori dalle elementari della figlia oggi pomeriggio, in coda per ritirare gli effetti personali.
Dovendo dichiarare con la nuova fase se riprende la scuola oppure resta a casa fino a settembre, siamo passate per il congedo.
In un sacchetto i libri da restituire, aspettiamo che escano i suoi compagni e la maestra, per uno scambio di oggetti e di saluti.
Lei è emozionata. Le fa un grande effetto rivedere dopo due mesi e mezzo la sua seconda casa, la sua altra famiglia. Questo è la scuola per lei.
Prima di uscire si è cambiata, pettinata. È un’occasione importante. Di festa e di commiato.
A nove anni celebri la vita in momenti così.
Io riconosco alcune mamme sotto le mascherine. Saluto, chiedo come va.
C’è chi scansa, chi sorride, chi fa fatica che ha pure il velo e fa caldo.
Chiacchiero a un metro con una ragazza dal vestito verde. La conosco dalle materne. Ha tre figli, l’ultimo di un anno. Se li tiene tutti a casa, ora sono con il papà. Lei è passata a recuperare i quaderni della figlia. No, non torna. In prima elementare non puoi restare tutto il giorno seduta e non toccare nessuno, non passarti la matita che cade, non avvicinarti.
I no non aiutano a crescere in questo caso. Meglio evitare.
Siamo pesci fuor d’acqua, mosche che ronzano intorno a una luce che acceca e stordisce.
Ognuno sceglie come può, come crede.
Pochi condividono, però. C’è distanza anche in questo.
‘Mamma, arrivano!’.
Come nel backstage di un concerto, ma senza assembramento, si alza sulle punte, si sbraccia per farsi vedere. Due compagne le passano accanto, sorridono, tirano dritto. Un’altra fa per avvicinarsi, la madre però la spinge in macchina.
Non c’è tempo di dire ma, la maestra mi scaraventa in braccio tre quadernoni, un costume da spagnola che tanto il teatro non si fa, due pinguini di peluche portati per un lavoro sul Polo. Alla sua élève in attesa affida svelta un sacchetto bianco da cui spunta una piantina moribonda e, mentre si è già incamminata, le spiega come confezionare il cadeau de la fête des mères. Le ultime istruzioni lanciate dalla mascherina ricadono senza schizzi e senza calore.
‘I libri non posso prenderli, devo andare. Può ripassare in un altro momento? Magari all’intervallo. C’è più tempo’.
Tempo per cosa, che dopo più di due mesi neanche un commento?
Restiamo lì. Io e la figlia. Sul piazzale deserto con il nostro bastimento carico carico.
La guardo. Il suo vestito a fiori, la fascia in tinta.
Andiamo a casa che facciamo merenda?
Grandi organizzatori saranno, grandi strateghi di scuole antivirus, ma qualche lezione di cuore dovrebbero metterla in programma.
Che no, non si fa così.

il muro di fronte




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