Cinque. Sulla strada

‘’Quel cielo […], così bello quand’è bello, così splendido, così in pace’’.
L’emozione visiva, di manzoniana memoria, mi sorprende mentre percorro il secondo tragitto della giornata. Torno nella sede familiare dopo aver salutato il figlio che mamma gli occhiali sono storti, lo zaino pesa troppo, io vado solo stamattina, mamma: la ripresa dopo la vita fuori scuola non è una passeggiata. E neanche questi dieci minuti a piedi, scelta obbligata per permettere al condannato un avvicinamento dolce al patibolo. La figlia mi aspetta pronta e seduta sulla poltrona rossa con il minicane e un libro in braccio. E via, altro giro altra corsa, signore e signori.
Quanti viaggi sono, andata e ritorno dalle rispettive scuole dei figli? Dieci al giorno, no di più. Accompagno il figlio e rientro, accompagno la figlia e rientro. Recupero la figlia per pranzo e rientro. Il figlio per pranzo e rientro. Il pomeriggio iniziano alla stessa ora, li accompagno e rientro. Recupero la figlia e rientro. Recupero il figlio e rientro.
Questo lo schema standard che varia da settimana A o B (diverso orario alla scuola del figlio), presenza marito che si assume un tragitto mattutino, assenza professori, mercoledì – giorno di riposo alle elementari, ma c’è la danza – visite mediche, conservatorio, catastrofi naturali, cavallette, marziani. I brevi viaggi spesso sono missioni spaziali perché si slacciano scarpe, si perdono chiavi, si dimenticano zaini o di salutare il minicane, i secoli passano sulle nostre vite e diventa un allenamento di cardiofitness.
Uff, magari rimpiango la quarantena.
Questa mattina tuttavia sulla via mi sorprendo libera e beata nel freddo marzolino a osservare il cielo terso del nord che è così grande…sospiro…
Poi due passeri villani mi tagliano il campo visivo e parte una sequenza da Truman Show. Le due bambine in pigiama salutano dal vetro appannato la mamma seduta in macchina. La porta sull’angolo si apre e l’anziano esce ad accostare le persiane di un verde che fu. Il ragazzino in bicicletta rallenta in vista della scuola, si ferma, guarda il telefono, riparte lento. Il motore della Clio con la fiancata ammaccata è acceso e la donna gratta il ghiaccio dal parabrezza. La mia preferita è la ragazza con coda di cavallo e zaino: cammina a testa bassa, da ottobre non sono ancora riuscita ad incrociarne lo sguardo, e non l’ho mai vista correre, ma è in ritardo, sempre. Se gli altri attori possono saltare un giorno o cambiare copione a seconda delle stagioni, lei è la mia certezza. La incrocio a metà del tragitto di ritorno, quindi le mancano ancora quasi cinque minuti buoni di strada e la campanella di solito suona quando saluto il figlio. Mi chiedo se abbia un permesso speciale, una situazione familiare particolare o l’orologio su un altro fuso. Le invidio la falcata decisa, le indovino i pensieri.
Sulla strada con la figlia abbiamo invece la signora bella. La vediamo alle otto e venti per mano a due bambini. A volte con lei c’è anche un signore meno bello con i capelli arruffati. Lei è bionda naturale, oggi indossa un cappotto cammello, pantaloni di sartoria e scarpe basse, passa davanti alla nostra Qubo blu ferma al semaforo e sfiora l’asfalto inconsapevole. Dato che ha i nostri stessi orari, ci divertiamo, io e la figlia, a intuire dai vestiti quale sarà la sua giornata. Il lunedi mattina è in tenuta sportiva, palestra, poi a mezzogiorno si cambia. Il venerdì è il giorno più elegante, in centro c’è il mercato. Ogni tanto porta i jeans, forse quando è triste. Si ferma spesso a chiacchierare con le persone, è la padrona di casa. La signora bella è bella anche quando ha il berretto con il pon pon.
Sulla strada ne incontro di persone e accade sempre qualcosa. Anche se è la stessa strada, come in quel racconto di Paul Auster in cui c’è un tabaccaio che fotografa per anni ogni giorno alla stessa ora lo stesso punto della via.
E se anche io, com’è ovvio, sono sulla strada di qualcuno, meglio allora vestirmi con cura, camminare spedita e sorridere.
Non si sa mai.

‘’quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello’’

Spin-off
Mika, ma secondo te perché per noi ragazze degli anni ‘80 la felicità ha sempre i pantaloni di sartoria e un cappotto di cachemire? Mi piace pensare che in fondo noi italiane siamo sempre suddite di Re Giorgio, o dici che la signora Zampetti (della 3C) ci ha messo lo zampino laccato rosso? No, senz’altro è colpa di Pretty Woman, chi se li scorda i vestiti che ha arraffato in Rodeo Drive? E che poi le ha anche regalato…se non è quella la felicità!! Altro che Richard che viene a prenderti in limousine, ma chi se ne frega della limousine e anche del cavallo bianco. D’altronde l’eleganza un po’ di felicità la da. Nelle favole nessuna di noi sognava il metalmeccanico blu, il principe avrà uno schifo di patrimonio x concederci quel giro di perle che fa subito signorilità. Attenzione noi non vogliamo brillanti, che fanno ostentazione o macchinoni che fan volgare, noi ammiriamo le signore a piedi, perfettamente vestite e belle anche la mattina presto. Ecco io da grande voglio essere quella signora li! Senza Richard che ormai sembra mio nonno, senza limousine che poi al Bennet non so dove parcheggiarla, ma con quel giro di perle che solo la mitica Grace sapeva far risaltare! Bonne nuit, ma cherie, anche il francese fa parecchio elegante, però!

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