Dieci. Trova la differenza

Il quartiere dove c’è la scuola del figlio ha le case tutte attaccate in un’unica lunga facciata a mattoni rossi, con la porta d’entrata al piano terra, il marciapiede, i parcheggi davanti e la strada. Qualche garage ogni tanto a interrompere la regolarità dello schema.
La mattina c’è il tipico assembramento da lascio il figlio e scappo, metto un attimo la macchina qui che tanto me vado subito.
Anche in queste latitudini le abitudini stradali sono internazionali. O quasi.
Oggi sono in prima fila mentre si gira la scena di un film locale.
Esterno giorno, luce sporca da nuvole basse, visione d’insieme sul piazzale che brulica di zaini e biciclette. Traffico scolastico sulla via, rumori di motore, ma niente clacson, siamo al nord. La camera inquadra una ragazza in monopattino e la segue per qualche metro fino a quando sfiora un’auto nera parcheggiata con il motore acceso. È qui la storia da raccontare.
Sull’auto c’è una donna con i capelli corti, una mano tiene il volante e l’altra afferra il finestrino abbassato. Il suo sguardo è rivolto a un uomo in piedi davanti a lei, ha un cappotto elegante, una borsa da dottore, la sovrasta e la sgrida senza alzare la voce. Lei lo fissa incredula, tenta delle scuse. L’uomo fa un mezzo giro e un cenno dietro di lui: c’è un’altra macchina che entra nel piano sequenza. Più lucida di quella nera, si mette un po’ di traverso, solo un po’, ma è sufficiente per bloccare l’uscita della preda.
La compagna del tizio con il cappotto estrae un’arma: Oui, bonjour, le numéro de plaque est….e detta il numero della targa della colpevole. Che ha parcheggiato davanti al suo portoncino, dove c’è un cartellino che vieta la sosta. Colta sul fatto e braccata.
Il dopo è a discrezione dello spettatore: si faccia il film che vuole.
Io devo tornare a casa dalla figlia.
Ed è uno dei vantaggi che preferisco quando mi trovo a capitare un momento nelle vite degli altri: il finale lo posso immaginare io, a piacere.
Che poi mi vengono in mente scene simili e faccio il gioco delle differenze.
Anni fa vivevamo in Grecia, io e il marito, prima che arrivassero i figli, e collaboravo con una regista di Atene. Finite le prove in un teatro in centro, stavamo cercando parcheggio per andare a mangiare qualcosa. Le strade della più grande città ellenica non sono propriamente un’oasi di tranquillità e, dove lo spazio è spesso un concetto astratto e variabile, i marciapiedi diventano parcheggi ufficiali in doppia e tripla fila. Ma la guardia non va mai abbassata.
Come invece capita a me.
Concentrata nella conversazione, apro la portiera dell’auto mentre sta passando un taxi a velocità sostenuta. Lo specchietto del taxi si rompe. Brusca frenata, retromarcia immediata. Sento la voce prima di vederne il proprietario che mi investe di espressioni inequivocabili. Resto immobile, fingo di non sentire. Del resto in questo film sono solo una comparsa. La coprotagonista risponde gridando al tassista che non si deve permettere di insultarmi in quel modo e che non ha visto che stavamo parcheggiando? E si passa così vicino alle altre macchine? Il tizio ribatte con argomenti anche sensati, ma gli animi sono accesi ed entrambi minacciano di chiamare la polizia. Estraggono il telefono. Così vediamo chi ha ragione.
Il finale qui lo conosco: il tassista è venuto a pranzo con noi – giuro! – che tanto sono in pausa e poi ho l’assicurazione contro i vandalismi, qui ad Atene per forza. Mica come da me, che puoi anche lasciare le chiavi in macchina, tanto ci conosciamo tutti. E di dove sei? Ma dai, mio padre è della stessa regione…
E li ho lasciati lì dopo due ore che stavano ancora bevendo caffè e chiacchierando come vecchi amici.
Non si rivedranno mai più, ma vuoi mettere che differenza?

un avocado resta un avocado, anche in guacamole

Spin-off
Ah beh, se vogliamo parlare di traffico allora non tralasciamo Milano. Mediamente per l’automobilista milanese le regole valgono x gli altri, per lui valgono le eccezioni. ‘Mi fermo un attimino su questo passo carraio, che fastidio do?!’ Se il passo carraio è il suo e qualche malcapitato ha erroneamente lasciato una bici, scattano rosari di parolacce che seppelliscono il ciclista fuorilegge. Quando una vecchietta si accinge ad attraversare, l’autista milanese accelera perché ‘non posso mica aspettare i comodi di tutto il Pio Albergo Trivulzio!’ Mentre se è lui ad attraversare e un autista sbadato non gli porge la precedenza con anche un accenno di riverenza, lui alza le braccia all’altezza delle spalle e inizia ad applaudire, poi con enfasi scandisce almeno una trilogia di bravo, bravo, ma bravo! ’Se vai piano non sei di Milano’ è il loro motto. Tutti agitati, tutti che corrono, tutti con un clacson o un campanello sempre pronto. Il Milanese suona! Bip…va che il semaforo è scattato da 3 micron di secondo. Bip…sto arrivando mi vedi? Bip…vai un po’ più avanti che mi infilo. Bip…attraversa in fretta che sta lampeggiando e poi ti lamenti se ti falcio…Per non parlare dei parcheggi: qualunque posto privo di ausiliario del traffico è un parcheggio regolare. E ovviamente vale anche se il mezzo non ci sta tutto: tre ruote su quattro? Vale! Anzi va che bel parcheggio! Vogliamo parlare delle quattro frecce? Funzionano più o meno come il ‘crucis’ quando giocavamo a rialzo. Devi andare in farmacia? Crucis in seconda fila. Devi ritirare qualcosa in lavanderia? Crucis sul marciapiede. Devi consegnare un pacco urgente? Crucis in mezzo alla strada, poi scendi e invece delle dita incrociate basta che tieni l’indice alzato e gridi ‘👆minuto, faccio subito’.

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