Diciannove. Mobilità

In questo periodo strano i pensieri ingarbugliati hanno più spazio per dipanarsi e il rischio di fare bilanci è alto.
Infatti. Stasera sto riordinando i cuscini sul divano e inesorabile mi arriva un allineamento di neuroni.
Siamo una famiglia Ikea.
Anche noi contagiati dall’agilità del bianconiglio svedese, che ci accompagna ovunque andiamo e si installa a casa nostra, unica immobile certezza.
Dal nostro matrimonio a oggi, io e il marito abbiamo cambiato sette abitazioni, se contiamo anche l’appartamento prestatoci da una coppia di amici la prima settimana. Perché ci sposammo con tanto amore e nessuna casa. Vedi tu le premesse.
I traslochi effettivi sono stati tre: Grecia-Italia (non bastava più il Kangoo dell’andata con tutti i libri letti e i due figli arrivati), Italia-Francia e casaFranciauno-casaFranciadue.
In questi spostamenti scegliamo masochisticamente il faidate. Facciamo cartoni, noleggiamo un furgone e un amico incosciente, e partiamo.
Nell’Italia-Francia l’amico guru ha condiviso con noi i mille chilometri di salita al nord e la prima installazione nella cF1. Un anno e mezzo dopo, non contento, mi ha insegnato a posare il parquet nella cF2 e si è rovinato un paio di camicie a imbiancarla.
Son matti buoni, i nostri amici.
L’installazione essenziale è veloce, abbiamo bisogno di poco per démarrer il quotidiano. Altro è la versione definitiva, che richiede presenza in loco e parecchi fine settimana di discussioni e spostamenti e discussioni.
Il marito si occupa di strategia. ‘Non c’è problema’ è il suo motto. Tanto ci sono già io.
I mobili del bianconiglio sono dunque perfetti per noi, non temono avvitatori e chiavi a brugola, si lasciano spostare, incastrare, bucare, cambiare. Sono quasi tutti economici e gentili. Ho il sospetto che di notte facciano riunioni mentre dormiamo e prendano da soli le lunghezze dei muri, per entrare su misura e risparmiarci – o risparmiarsi – l’ennesima modifica.
Gentili ma uguali, fatti in serie, senza una personalità forte che li renda insostituibili. Li usiamo tutti e basta.
Tutti. Tranne uno.
È arrivato tra i primi, comprato quasi vent’anni fa, consegnato a casa già montato. E dal suo ingresso trionfale per la finestra del cortile lo abbiamo subito capito. Che era diverso. Che non se ne sarebbe andato come gli altri. Che ci avrebbe aspettato.
Il divano.
Ne ha passate tante. A tre anni e mezzo ha subito un’intervento di ricostruzione, gli sono stati inseriti dei pezzi di pallet per sostenere l’ossatura originaria. Ha preso peso e in Grecia non ci ha seguiti. Ci siamo allontanati. Succede, tra amici.
Così quando rientrammo, finì in garage, senza un vero motivo, senza aver commesso nessun reato. Un peccato, lasciarlo lì. Un’artista lo adottò per un po’, poi fece ritorno.
Dopo tanta vita, con la fodera rossa della festa e quella marrone dei giorni eleganti, è perfetto per la nuova bohème. Sua sorella poltrona lo segue fedele, ma resta in disparte. Lui si è ripreso lo spazio che gli spetta. Grande amico del minicane, ha tuttavia un rapporto privilegiato con il marito, tanto che un neologismo si è coniato in famiglia: il dibano.
Sommando il nome comune del mobile più il soprannome dell’occupante si ottiene un riposo senza soluzione di continuità.
Poi arrivo io ed ecco spiegato anche il principio di inerzia.

‘un corpo permane nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme a meno che non intervenga una forza esterna a modificare tale stato’

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