Ventiquattro. Colti in fragranza

L’ora è al di sopra di ogni sospetto.
Il luogo è appartato, ma occorre essere prudenti.
Le indagini sono aperte, le finestre pure.
I soggetti coinvolti sono tredici, anzi quindici e mezzo se si contano due bipedi alati e un minicane, ma l’assetto è variabile, a volte passano i gatti.
Non c’è reato perché non c’è contatto. Ma è una bella storia di resistenza.
Noi e i vicini di casa, da giorni ormai – prima timidamente, poi con il coraggio della familiarità – ci ritroviamo nei giardini dietro le nostre case e ci facciamo compagnia a distanza. Non è un appuntamento deciso o condiviso, ma ogni pomeriggio quasi a merenda le nostre attività si sincronizzano.
Gli spazi esterni delle abitazioni sono lunghi e stretti, separati da reti o muri o da niente come tra noi e la vicina di sinistra. Di destra se si guarda da fuori.
Lei fa l’orto, pianta fiori e casette per gli uccelli. Da noi per ora crescono carriole, sacchi di sabbia e una scala smontata.
In gennaio avevamo lasciato a lei le nostre biciclette, perché il garage andava svuotato, lei le ha ricoverate nella sua veranda e lei le ha coccolate con una coperta come fossero sue. Ma di questi tempi anche una bici può fare la differenza, così oggi le recuperiamo.
Sono già fuori, belle pimpanti per il ritorno a casa. I figli dotati di casco (vivere qui comincia ad avere troppo effetto sulla loro disciplina…) si mettono in sella e partono al cross country.
Io ho in mano un resto dovuto e un contenitore con i pizzoccheri di ieri. Ne avevo preparati in quantità condivisibile e la vicina non li ha mai assaggiati. Ma mentre la ringrazio, dò retta al figlio afferro un manubrio ascolto la figlia che canta e la mancanza di altri arti e neuroni liberi crea un effetto domino inarrestabile. Inciampo in un’asse, la bici si impenna, la vicina dal metro d’ordinanza balza a mezzo miglio di distanza, i pizzoccheri si ribaltano per terra e le galline ringraziano.
Appena arrivate e tanto fortunate: Corona e Calvà sono galline speciali. I ragazzi del giardino accanto le hanno integrate in famiglia due giorni prima del confinamento e tutte le mattine i loro bambini hanno l’uovo fresco. Oltre che che giovani e brillanti (vedi nomi delle galline), sono lungimiranti.
E buongustai. Si sente ancora l’aroma di griglia che aleggia da mezzogiorno.
E sportivi. Il papà gioca a pallone con il figlio e riesce a non inciamparci, che il calcio diventa un percorso a ostacoli se hai un figlio alto come due galline. La moglie ride facendo sussultare la neonata in fascia.
Le fa eco la biondina dal trampolino alla nostra destra – sinistra se si guarda da fuori – che applaude la sorella adolescente impegnata in un selfie a rimbalzo. I genitori sono sul terrazzo a fumare, la mamma, e fare flessioni, il babbo pompiere.
Costruisco un percorso a ostacoli per le bici dei figli e stendo le lenzuola al sole. Il marito in pausa spuntino mi raggiunge e si congratula per i caschi.
In questa triste storia di virus non posso andare lontano, abbracciare gli amici, toccare il mare.
Ma guardo vicino e ricomincio da qui.

era d’inverno

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