Trentaquattro. La promessa

Ho un’amica.
Ci sentiamo via Skype di tanto in tanto. Lei fa sempre qualcosa quando parla con me, infaticabile. Io ne approfitto per spedire tutti al confino e bere un caffè in sua compagnia. Come oggi. Due del pomeriggio. Il marito nel bunker informatico, i figli in pausa film, il minicane spiaggiato sul suo cuscino.
Sono in ritardo. Mi aspettava. Piazza il tablet da qualche parte sulla libreria e si mette a stirare. Dev’essere il periodo…
Io mi siedo in cucina, iPad davanti, tazza di fianco, cuffie in testa. So che sarà una conversazione tra noi, anche se le figlie passeranno davanti a salutarmi e a far domande che non si possono rimandare. Rimaniamo sole per lo più, in un’ora e mezza.
Siamo entrambe senza preamboli, poche smancerie. Eppure come stai, tutto bene, che tempo fa, sono le prime domande. Non è un dettaglio sapere che chi amo sta bene.
Lei è stanca. Non è mai stata una dormigliona e quando torna a casa dopo aver fatto pomeriggio l’adrenalina scende tardi e lenta. Le notti, se non è di turno, sono sempre troppo corte.
La aggiorno sulla nostra clausura francese, non è ancora venuta a trovarci, ma ha visto il film, conosce i personaggi. Sa.
Anch’io so. La sua è una delle mie serie preferite, la seguo nei suoi occhi attraverso lo schermo, nelle sue mani che piegano il lenzuolo e si fermano a mezz’aria bloccate dall’urgenza del racconto.
Ma oggi non è un episodio.
In dieci ore di turno è riuscita a fare una sola pausa. Di più è complicato, perché deve togliere tre paia di guanti, buttare tutto e ricominciare la vestizione da capo quando riprende. I camici in TNT sono a rischio fornitura. Le mascherine le hanno, ma una pausa se la fa bastare. In dieci ore.
L’emergenza le ha trasformato gli orari e il posto di lavoro. Anche i colleghi sono cambiati, chi non ha retto, chi serve altrove. Però li conosce tutti per nome, che se lo scrivono davanti a pennarello da quando i visi sono coperti.
Tutto è diventato operativo, quantitativo, impersonale, ma il personale ha il sopravvento.
Nell’infinito delle cifre nessuno è più un numero.
Non è un numero la collega che, fuori turno, si ferma a comperare ciabatte elettriche per attaccare più cellulari nei posti letto aggiunti al volo.
Non è un numero il ragazzo che viene da lontano con il cambio di biancheria per il padre.
Non è un numero lei che no, non può vederlo, neanche dal vetro. Glielo porto io, sì, anche il messaggio. Stia tranquillo che l’amore non lo batte nessuno, arriva comunque.
Non sarà mai un numero lei che rincuora un paziente in trasferimento urgente dove hanno più attrezzature.
Vede quel signore lì? È andato anche lui di là quattro giorni fa e ora torna in reparto. Fra qualche giorno ci rivediamo, non si preoccupi.
Me lo promette?
Lei gli stringe la mano con tutti i guanti che può.
Me lo promette?
La guardo attraverso lo schermo. Mi guarda.
Che altro potevo fare?

zitto e nuota

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