Trentanove. Sono tutti dei fenomeni

La figlia ed io andiamo in classe.
La maestra ha mandato il link per la prima lezione connessa.
Sarà un’oretta di conversazione fra ragazzini di terza elementare, ciao tutto bene come va. Del resto il programma delle settimane di confinamento – siamo entrati ieri nella quarta – è ben farcito, dettagliato e chiaro. Non c’è bisogno di chiedere indicazioni, nessuna possibilità di uscire di strada. Solo testa bassa e pedalare.
E noi piano piano arriveremo in fondo.
Noi, plurale, perché io da sola faccio fatica.
L’appuntamento è alle tre. Bene, fra un’ora si fa merenda.
Ci sono già tutti. Pollici scalpitanti e microfono aperto per rispondere. Non c’è video per fortuna. La maestra saluta, spiega le regole del gioco: il microfono deve restare chiuso, sarà lei a dare la parola. Mette sullo schermo il programma della lezione e c’est parti.
Mi accorgo che la figlia è tesa. È la sua prima volta, perché non dovrebbe? Ha appena finito di andare in altalena più in alto del cielo. Ora deve concentrarsi sul sistema di funzionamento della lezione in visio. Tranquilla, ci pensa la mamma, rinomato tecnico informatico oltre che cuoca a tempo perso. Confesso di essere un po’ inquieta. Dal programma che vedo un’ora non basterà di sicuro. Massì, dai, sarà un’idea di massima, mica lo faremo tutto. Illusa.
Rompiamo il fiato con il calcolo mentale, training fondamentale nelle scuole francesi. Recupero la calcolatrice.
Figlia, non fare quella faccia.
In realtà non ce n’è bisogno. Si tratta delle tabelline e la mia socia è un fulmine. C’è una lavagna in comune dove tutti possono scrivere il nome e il risultato. Scatta la competizione. La figlia mi dice il numero, io scrivo. Siamo veloci. Li battiamo tutti. Olé!
Si passa alla corsa con dettato di parole. Anche qui la preparazione c’è, ma dosiamo le energie, meglio fare anche un po’ di stretching, che si rischiano i crampi.
C’è chi entra e chi esce dalla chat, c’è il ça bug, specie di insetto dispettoso che rompe le connessioni. Dici che conta come scienze?
Step successivo: i rebus. Con logica francese. Ne risolviamo due su quattro. Pas mal.
Intanto il tempo passa. Si può alzare la mano cliccando sull’ometto rosa: scusate, nessuno fa merenda? vorrei chiedere, ma forse i genitori previdenti hanno viveri sottomano. Noi dovremmo scendere in cucina, disturbare padre e figlio che studiano inglese. L’acqua per il tè ci mette troppo tempo a bollire. La marmellata appiccica. Ok, bevo un sorso d’acqua in bagno. Che tocca fare per un po’ di idratazione. Torno in pista.
La figlia mi aggiorna: due dispersi in rete, recuperati e messi à jour con i quiz.
Segue ora piccola indagine sullo stato dell’arte. C’est-à-dire: avete finito tutti il lavoro assegnato nelle scorse settimane? La so, la so.
La chat di whatsapp da giorni è tutta un livido: le sessioni estenuanti, la mancanza di recupero, la pratica in solitaria. Ora la coach saprà. Che siamo genitori, non siamo insegnanti, che non abbiamo un solo figlio da allenare, che c’è gente in preparazione per le Olimpiadi qui, checheche. È il momento di un serio debriefing, tipo di cerotto a volte molto doloroso da togliere.
E infatti.
Avete finito tutti il programma di matematica? SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ NO SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ
La figlia guarda la sua risposta unica, mi guarda e sospira.
Avete finito tutti il programma di francese? SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ SÌ NO SÌ SÌ SÌ SÌ no
Ho visto che stavolta ha esitato. La sua onestà contro l’evidenza. A volte pesa fare la differenza. Ma almeno qui c’è un’altra sciagurata come lei. Due su ventidue. Pas mal.
La maestra si congratula. Bene. Allora possiamo passare al potenziamento, vi do un carico di lavoro supplementare.
Eeeh?
Ma ho letto male ieri sul telefono? Cos’è, hanno pedalato sui rulli tutta la notte? Si sono dopati?
Guardo la figlia. Alzo la mano rosa shocking. Prendo la parola. Mi lancio in un pistolotto sul nostro sistema d’allenamento innovativo, che privilegia una materia al giorno, che non garantisce risultati immediati, ma è testato sulle lunghe distanze.
Sembra il discorso del grasso allenatore della squadra giamaicana di bob in Cool runnings. Non mi si fila nessuno.
Pazienza. Lezione finita. Tempo scaduto. Saluti, baci e abbracci virtuali. Appuntamento alla prossima.
No. Un attimo. Un compagno della figlia sta organizzando una video conference call in Jitsi Meet o Giaccheciseimichiami. Guarda, anche no.
Avete otto anni, nove al massimo. E dove dovete andare?
Noi si va a fare merenda, che è tardi.
L’altalena ci aspetta.

‘Non sono le nostre capacità che dimostrano chi siamo davvero. Sono le nostre scelte’ (Albus Silente)



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