Quarantadue. Diamoci un taglio

Mi sveglio con la voce del figlio che legge Dedalo e Icaro.
È un bel gesto condividere le proprie letture, glielo dico sempre. Ma magari aspetta che bevo un caffè, per favore.
Infatti.
Mamma, ma come hanno fatto a volare?
Con le ali.
Mamma, ma come hanno fatto a trovare tutte quelle piume nel labirinto?
C’erano i saldi.
Mamma, perché Icaro non ha dato retta a suo padre?
A proposito? Dov’è il papà?
A fare matematica con la figlia.
Pausa. Mi serve caffeina.
Il figlio incalza, ma ho già guadagnato le scale. Il minicane si è offerto come diversivo e mima un Icaro spiaggiato per farsi grattare la pancia. Funziona a metà, con l’altra mano il libro dei miti è ben saldo e il giovane ricercatore continua la sua conferenza.
Riprende dal volo, il punto cruciale, e so che vorrebbe cambiare il finale. Questa cosa del metti la cera sciogli la cera non gli va giù. Bastava così poco, bastava ascoltare Dedalo. Che poi tanto male non era, no, mamma? Il labirinto è una bella invenzione.
E si collega al Minotauro e alla sua triste fine. Ma Teseo doveva proprio ucciderlo?
Qui forse è colpa mia, non sono mai riuscita a raccontare che era solo un mostro divoratore di ragazzini. Ci ho messo la tragedia del diverso, la sfortuna di non poter essere vegetariano. È difficile tifare solo per una parte, se ci sono motivazioni valide anche dall’altra. Ma dovevano morire, lui e il pennuto della domenica. I miti sono così, insegnano che superare il limite non va. Capito, figlio? Il limite.
Si ferma un attimo. Guarda fuori dalla finestra.
Mamma, ma stanno tagliando gli alberi di fronte!
Cambio di urgenza. Chiamiamo i matematici. Non è possibile. Ci stanno trasformando il paesaggio. Così, in un venerdì santo di confinamento qualunque. Senza avvisare, senza chiamare.
Trangugio il caffè e calcolo – si fa per dire – i danni.
Hanno cominciato dai due alberi in fondo a sinistra. Li stanno polverizzando nel tritarami. Non rimane che segatura dei loro sforzi di crescita a bordo strada. Anni di lotta tra ossigeno e nebbia, la loro verde vittoria sul grigio della fabbrica. Tutto finito.
Oppure no.
Restano altri tre alberi. Abitano proprio di fronte alla finestra della cucina e ci raccontano le stagioni mentre mangiamo. Senza tende ai vetri, osserviamo le foglie nuove e gli uccellini che si beccano per il posto migliore.
Zac zac zac.
Alcuni rami che si sporgono sul marciapiede iniziano a cadere tranciati dalle cesoie.
La sega elettrica.
Spalanco la finestra. Se lo devono proprio fare, almeno ci vedranno spettatori.
Anche il minicane vuole fare la sua parte e mi si arrampica sul polpaccio per essere preso in braccio.
L’operaio taglia deciso. I rami crollano a terra senza un lamento. I nostri sguardi sono di fuoco.
Arriva un collega del tizio sull’albero. Sta parlando al telefono e gli fa cenno di smettere.
Approfitto del silenzio elettrico per attirare la sua attenzione – casomai non ci avesse ancora visto – e gli chiedo perché lo stanno facendo.
Cosa?
Come cosa? Non stai mica temperando le matite lassù. Penso.
La mia domanda è invece diretta e cortese.
Aah, no. Non si preoccupi, questi tre non li tagliamo. Gli altri in fondo non si potevano tenere, dovranno fare dei lavori, ma qui stiamo solo togliendo i rami che sono cresciuti troppo.
Sorrido. Ringrazio. Ritiro ostilità e famiglia.
Guardo il figlio che ha ancora in mano il suo libro dei miti: hai ragione tu a volerne cambiare il finale.
Dopo tanti caduti, ci sta.
Un lieto fine.

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