Cinquanta. Scripta volant

La notte è perfetta.
C’è silenzio e tutte le emergenze sono rimandate.
I figli non chiedono, non discutono, non interrompono. Dormono.
Per la strada non passano rumori e da regolamento fino alle sei nessun volatile cinguetta.
Così posso indossare il costume da scrivano notturno e agire indisturbata alla luce fioca di uno schermo. Metto parole su pixel senza rubare tempo alla vita.
È così che ho cominciato. Il cioccolato davanti alla tv non mi bastava più, avevo bisogno di una scusa più impegnativa e meno calorica per stare sveglia a godermi il fermo immagine. Che i pensieri immobili hanno un altro sapore al buio.
Però mica pensavo di diventare dipendente, come con il fondente.
Sono cinquanta giorni che scrivo.
Io che le lunghe scadenze non le riesco a pensare, che le diete non le so fare, non so seguire un programma di allenamento, un libretto di istruzioni. Da sola navigo a vista o mi faccio guidare.
E invece. Sarà un vecchio sogno che non dorme la notte, sarà il periodo strano che cambia tutto un po’.
No. No.
È la squadra che vince.
Sono i compagni di spogliatoio che imbrattano maglie e calzini spaiati, sono i vicini che sguinzagliano polli e gli amici che restano vicini. Sono io una gran chiacchierona e scrivo per parlare con tanti in un solo momento.
Sono una stalker con un retino per farfalle.
E quando non sono solo mosche, quando finisco e sono contenta, vado all’unica finestra senza tapparelle. La apro piano e mi affaccio sulla strada deserta. Il giorno sale da dietro gli alberi in fondo. L’alba è bianca come una meringa cruda. Chissà se una volta spuntato sarà dolce anche questo mattino. Prolungo l’attesa tornando a letto. Per due ore o venti minuti chissà. Non ci sono sveglie in questo tempo, gli orari sono liquidi.

Ma ieri mi sono addormentata sullo schermo e stamattina non ho finito, sono in ritardo. Porto la colazione a letto a tutta la truppa, tento il baratto con un’ora di pace. Dura un sorso di latte e biscotti, mezzo caffè.
Cosa scrivi? Non hai ancora finito? Posso leggere? Metti la foto degli alberi?
Lo so che è il dream team, che siamo tutti in campo, ma, per cortesia, non mi rubate la palla quando sto per segnare.
Niente da fare, mi devo rassegnare.
Il figlio prende un libro e si accoccola di fianco al marito che tentava un diversivo. La figlia è seduta a bordo letto e si spazzola i capelli. Arriva il minicane che si parcheggia sulla mia pancia davanti all’iPad.
Non ho scampo.
Finisco alle dieci e mezza, sudata che manco una maratona, ringraziando i Clash che ho messo a tutte cuffie.
È stata dura, non lo farò più.
Devo stare per conto mio a rileggere, spostare, correggere, mettere le parole in ordine per mantenere il controllo.
In altri momenti pulisco, cucino, mi dedico ad attività semplici con un ritmo e un percorso preciso.
Il resto non dipende da me, è un fuori onda.
Tanto vale affacciarsi alla finestra e godersi il sole uscito nel cielo anche oggi.
Lui che può.

In battuta

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