Sessanta. Revisioni del tempo

Secchio o catino?
Direi secchio.
Se devo bagnare qualcuno per bene prendo un secchio. Più pratico da impugnare, più veloce da vuotare. Il catino ha un che di materno, accogliente, è più gentile. Chissà allora perché si dice piove a catinelle, come se la terra fosse piena di bacinelle colorate a raccogliere un’acqua dispettosa che si infiltra dai buchi del soffitto.
In francese si dice che piovono corde. Meglio. Rende bene il peso dell’acqua che mi picchia addosso quando rimpiango un ombrello.
Comunque sia oggi ci scordiamo il giardino, che se riuscissimo a vederlo dietro la cascata alla finestra sarebbe già un successo.
Accendo la luce per preparare da mangiare e comunico all’equipaggio che se accorciamo la pausa pranzo, poi un bel film non ce lo leva nessuno.
All’una siamo già tutti in ufficio.
La figlia riempie un formulario di comprensione del testo, la noia che cola insieme all’inchiostro.
Il figlio non si capacita che una stazione balneare spagnola abbia inghiottito l’antico borgo di pescatori. Studiarne le motivazioni geografiche ed economiche è fuori discussione, a lui interessa di più l’aspetto filosofico, anche se non è previsto dalla lezione.
Il fuoco di fila delle sue domande è per fortuna interrotto dal ministro della sanità, che alle tre spiega in tv il piano di rientro.
La tensione è palpabile, tratteniamo il respiro. Sono talmente concentrata che a un certo punto sento la figlia scuotermi vigorosamente.
Mamma! Ti sei addormentata!
Oh caspita, chi era l’assassino?
Suona il telefono. Forse è il servizio recupero puntate.
Mamma! Ti sei dimenticata della videochiamata!
Due sgridate in meno di un minuto.
Mi rimetto in modalità genitore efficiente e sorrido allo schermo. Saluto la faccia simpatica con cui ogni tanto mi prendevo un caffè, assistiamo alla sfilata di pupazzi del piccolo travestito da unicorno e poi passo il telefono alla figlia che sale in conference call con la sua compagna di banco. È una biondina acuta, di poche parole. Sarà perché si chiama come la civetta di Harry Potter, ma ha un potere magico sulla figlia. La calma.
Per un buon tempo non ho notizie sonore, tanto che all’alba delle cinque sto per salire a chiedere indietro il mio telefono, quand’eccola che scende di corsa e si fa spazio in soggiorno.
Attends, j’essaie.
Appoggia lo schermo sul divano e prova a fare una ruota.
Tu vois? Je ne sais pas. À toi maintenant.
Intervengo piuttosto brutalmente e interrompo la seduta di ginnastica ritmica.
L’orologio che le metto sotto il naso stronca sul nascere le rimostranze dell’atleta che saluta in fretta la collega e corre a fare merenda.
E il film?
Il figlio è riemerso dagli esercizi di inglese, mastica un biscotto e ricorda il programma.
Mentre porto il caffè al marito, penso al potere del tempo che rotola veloce quando due amiche hanno da un mondo da dirsi.
O che si blocca in un’attesa di libertà.
Poi guardo fuori e vedo le corde d’acqua che cadono dal cielo.
Forse potrei prenderne una e cominciare a saltare.

fatto di canapa

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