Settanta. Croce sul cuore

Il giorno della vittoria è andato. Senza clamore, quasi inosservato.
Ma c’è un altro otto maggio di cui parliamo oggi a tavola con i figli. È più antico, ed è un compleanno.
Anni fa io e il marito partecipavamo sempre ai festeggiamenti che duravano una settimana. C’erano i palloncini alle frontiere, li regalavamo insieme alle penne per ringraziare delle donazioni.
In divisa, in turni a volte improbabili, in valichi sperduti dove magari si vedeva una macchina ogni mezz’ora, dove si chiacchierava con i finanzieri per passare il tempo. In altri orari ci aiutavano loro a trattenere le auto per poter spiegare la nostra presenza, che non era solo raccogliere fondi per la Croce Rossa.
Il territorio conosce l’impegno, la visibilità ora è diversa, aumentata, spostata su canali più veloci.
Ma il cuore è lo stesso.
Io e il marito ce lo teniamo stretto e lo raccontiamo ai figli. Arrivati dopo.
Sul frigo c’è la tessera della Croix Rouge Française. Ogni anno ci mandano la rivista, il riassunto delle attività, ci ringraziano per il nostro sostegno. In questo periodo ci chiamano anche per sapere se va tutto bene, se abbiamo bisogno di qualcosa. Sono gentili.
È quasi buffo, però, perché non li abbiamo mai visti. È come un’adozione a distanza: ogni tanto due notizie, qualche foto.
Ma è un altro, il nostro modo. Noi quando si entra ci si conosce tutti. Una grande famiglia, allargata ed effettiva. Perché si è volontari fratelli e ci sono la mamma e lo zio, il cugino, la cognata e il nonno.
E chi non è parente, capita che si innamori. Ci sposiamo sotto una croce che non è religiosa, ma ci porta in tanti all’altare.
Galeotta fu la CRI e chi la scrisse.
Un matto svizzero, appunto. Che invece di parlare con l’imperatore per cui è di passaggio in Italia, pensa bene di fermarsi a soccorrere gente sconosciuta appena finita in battaglia.
‘Quanti sono morti, papà?’ il figlio è per i dettagli numerici, di triste attualità.
Cinquemila. Forse di più. Ma i morti sono morti, purtroppo. E prima che lo diventino, è dei vivi che ci si deve occupare.
Salta giù dalla carrozza e da lì non si ferma più.
Ora che sappiamo tutti il francese recupero il libretto Un souvenir de Solférino, non proprio una lettura serale. Ma è un pretesto per continuare. A raccontare.
Di quando per anni in estate montiamo le tende nei campi sportivi, un paese per volta. E campeggiamo un’adolescenza dietro casa che porta alcuni di noi in Africa e quasi tutti nell’età adulta.
‘Vedo il figlio in divisa che ha la stessa mia età di allora’. Gli amici rimasti a Casa e in CRI hanno questa fortuna.
Lo specchio del tempo ci riflette ragazzi, quando il portatore di ciuffo mica mi stava simpatico all’inizio. Bastian contrario sempre in ritardo, troppo lento e alternativo. Io puntuale, precisa, di rosso avevo solo le scarpe.
Gran scuola di vita, la Croce Rossa, ci ha talmente tatuato i sette principi che dopo trent’anni siamo ancora uniti, volontari e indipendenti. Aspiriamo sempre ad essere imparziali e neutrali. Siamo di fatto internazionali.
Irrimediabilmente umani.

quasi infinito



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