Settantaquattro. Folle

Siamo usciti ancora oggi pomeriggio.
Il giardino non basta più. Normale. Non lo dimentichiamo, la gratitudine è tanta, ma ciao, noi andiamo.
La motivazione ha un effetto doping. I compiti dei figli rendono quasi il doppio, se continua così non dovremo sconfinare nel sabato per finire la settimana.
Speriamo. È un po’ che sogno il nulla mentale, lo zero assoluto, il tavolo sgombro di fogli e residui di gomma. Vedremo.
Intanto ci conquistiamo la passeggiata. Il minicane è il primo sulla soglia, si è messo il guinzaglio da solo, la coda sembra un’elica impazzita. Tra poco decolla. La figlia decide per la linea leggera, solo le scarpe, niente pochette. Al figlio dispiace che papà resti a casa. Deve finire. Forse domani.
Ho le mascherine in tasca, ma restiamo liberi per ora. Il percorso si decide da solo: siamo curiosi di vedere il canale sbarrato. È un luogo a forte passeggio e i parchi sono ancora chiusi. Chissà come hanno fatto a bloccarlo.
Attraversiamo il ponte pedonale e trattengo l’istinto di appoggiarmi al parapetto. Con tutto il bombardamento dei gesti barriera, mi accorgo di usare precauzioni per tutto, come se il mondo scottasse. Non so quanto sia giusto trasformare l’attenzione in fobia.
Ecco, appunto. Il canale è aperto.
Le transenne sono accatastate di lato, il cartello di divieto d’accesso penzola strappato. La clausura è finita, andate in pace.
Solo che i fedeli del fitness sono tanti e il sentiero che costeggia il corso d’acqua è pieno di gente. Nello spiazzo attrezzato ci sono quattro o cinque ragazzi che fanno flessioni, piegamenti, esercizi con gli elastici professionali. C’è pure il coach che fischia il tempo.
Sedute nell’erba di lato tre ragazze chiacchierano rumorose. In fondo ci sono due anziani seduti sulla panchina. Neanche l’ombra di una mascherina.
Un paio di cani sbucano correndo dalla curva, recupero in braccio i tre chili di grinta. I labrador saranno anche belli, ma senza guinzaglio meglio evitare contatti.
E a proposito, figli, noi ce ne andiamo.
Tra fobia e incoscienza so cosa scegliere.
Trascino la truppa nel quartiere alveare, uno spazio residenziale concepito da un architetto negli anni sessanta dove le case sono costruite a nido d’ape. L’anno scorso le vie sono state tutte rifatte, i marciapiedi sono in asfalto rosso e ci sono aiuole fiorite dappertutto. Entrano solo le macchine dei residenti, a passo d’uomo e a senso unico. Ci sono gli slarghi dei garage dove si può correre. È il luogo ideale per passeggiare con bambini e cani.
Infatti non c’è nessuno. Niente pargoli in festa nei giardini, niente vicini che chiacchierano affacciati alla finestra, nessuno che coglie rose o respira il sole.
Sembra un residuo di confinamento. Forse si sono dimenticati di avvisarli.
No, era così anche prima. Lo conosco bene. Ci vengo spesso proprio perché è un posto incantato. Un elegante quartiere fantasma. Ne ignoro il motivo. Forse puoi vivere qui solo se non ti fai vedere e sentire. Se sei mega discreto. O morto.
Per questo noi mica ci abitiamo, ci passeggiamo soltanto, con le nostre chiacchiere alte e il nostro chiasso sfrontato. Tanto, chi ci disturba?
Sono tutti in giro laggiù, sul grande prato: un affollato picnic fra le margherite, un mezzo asilo che corre nell’erba.
Sì, corri anche tu, figlia, ma in solitaria.
Perché non capisco.
In questi giorni la scuola riapre con piccoli soldati disinfettati e imbrigliati in banchi unitari e io ti tengo a casa, lontana dai tuoi amici, per evitarti quest’altra forma di prigionia.
I musei sono chiusi, niente concerti, la messa non si fa. Il teatro, se non vuole sparire, deve inventarsi un’altra identità.
Ci sono regole da rispettare ovunque: potete uscire ma gel, mani, mascherina, guanti, distanza, mani, mascherina, gel, distanza, guanti.
Siamo bersagli sensibili obbligati a vivere sotto protezione. Con una scorta di pazienza e di frustrazione vera.
Il re mortarello c’è ancora, nessuno lo nega.
Ma allora perché qui fuori c’è il festival del chissenefrega?

base spaziale


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