Settantasette. Diavolerie

Ci dev’essere uno zampino che si diverte.
A spostare oggetti. A rovistare fra i cassetti. Ad inceppar cerniere.
Sto per uscire e inciampo nelle stringhe rotte. Le ho gialle di ricambio o a quadretti bianche e nere. Ora che decido rischio notte. Cambio gli anfibi. Faccio prima. Già mi mancano, ma devo andare.
Secondo giorno di lavoro. La libertà è un’abitudine veloce da imparare. Me la conquisto giocolando fra compiti, mestieri e merende sospese. Da ingerire al massimo due volte al giorno, in mia assenza.
Stamattina abbiamo vinto anche il bonus di intrattenimento per il figlio dei vicini.
I genitori e la neonata hanno appuntamento con la futura nounou, così ci hanno affidato il cinquenne.
Non è un buon periodo per loro: dopo Calvà, anche Corona si è messa in sciopero e sono costretti a comperare le uova. Doveva durare quaranta giorni la cova isterica della prima, ora ci si è messa pure la socia. Triste non poter più contare sulle proprie galline.
La figlia discreta non fa commenti con il piccolo ospite e lo distrae sapiente a colpi di Duplo. Costruiscono una casa famiglia che passerà alla storia.
Si scende tutti in giardino prima di pranzo, magari domani mangiamo fuori, se smette il vento. No, oggi no.
Riconsegnato il bambino, pance satolle.
Allora io vado.
In barba alle stringhe arrivo puntuale.
Ma l’incidente agli anfibi era solo un preludio. Di un diluvio di piccoli dispetti luciferini. Di quelli che presi da soli non ci faccio neanche caso, ma tutti in infilata mi stremano.
Soprattutto di venerdì pomeriggio.
Il rientro è in scioltezza, contenta della lezione e delle chiacchiere al telefono con un amico gentile.
I pirati sono subito all’arrembaggio, il tempo di lavarmi le mani e guardo il testo del figlio copiato, provo la tabellina dell’otto e la nuova coreografia con i nastri. Ci sta anche un caffè al marito che ogni circa mezz’ora ha messo in pausa i colleghi per una prova in vita dei coinquilini.
Si cena di fuori? Boh, si era detto di no, però, dai, il vento è calato, si potrebbe fare.
Usciamo per un sopralluogo, bici e pallone ci accompagnano. Il minicane va in esplorazione a tiro d’occhi. C’è un accordo scritto di non perderlo di vista. I buchi nella rete sono aumentati, le tentazioni pure. Facciamo attenzione.
E infatti.
Suona il telefono. Cognata e fratello ci invitano in spiaggia. Abitano in una fetta di paradiso e con la scusa di star con loro possiamo andarci anche noi ogni tanto. Per ora è solo una visita virtuale, quest’estate chissà.
Ci vediamo tutti, gli auguri in ritardo, le nipoti sui giochi. Chiacchiere leggere e di affetto profondo.
È così che succede. In un attimo di distrazione.
Arriva il rosso cornuto e te lo porta via, il fuggiasco peloso.
L’ha fatto di nuovo. Stavolta però è uscito giù in fondo, dove inizia l’immenso – per lui – prato dell’immobile settantuno.
Impongo ai figli di piantonare la rete, il marito arriva di rinforzo. Io schizzo a fare il giro. Correre in ciabatte non è per niente sportivo e neanche elegante. Rimpiango gli anfibi con le stringhe rotte, chiedo aiuto a tre ragazzini che però non si muovono e mi guardano straniti. Raggiungo la zona verde disperando di trovare resti di cane, immaginandolo rapito dalla terribile gang dei gatti.
Basterà un riscatto in croccantini al pollo o dovremo indebitarci per il Grand Gourmet?
Ovvio che è lì che mi aspetta.
È in posa da festa, ma quando capisce che vorrei fargliela, ritorna sui suoi passi a coda bassa. Si mette in castigo da solo, dal divano mi guardano gli occhi del gatto con gli stivali in Shrek.
Falso e recidivo.
Sono le sette, direi che per oggi può andare.
Invece non è ancora finita.

Adesso dormo, però. Continuo dopo.
O forse no.

vade retro



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