Ottantadue. IncaStrati

C’è un baule nella camera della figlia. Pieno di pupazzi e vestiti per diventare principessa.
Prima di essere un contenitore di sogni, era di mio nonno, ma dovrei chiedere conferma.
Lo conosco marrone, da adolescente però lo requisisco e diventa turchese in tinta con la mia camera piena di scritte sui muri celesti.
Ho avuto un periodo blu, prima del rosso.
Nel cortile di Casa rischio l’intossicazione mentre lo bombardo con lo spray. Dentro ci metto una di quelle carte autoadesive da interno cassetto. Non so quanti rotoli uso per arrivare in tutti gli angoli. Oggi è diventato vintage, ma la plastica finte nuvole mi ricorda che il cattivo gusto è sempre in agguato.
Ci tengo i libri di scuola, ci studio seduta sopra.
Quando lascio la stanza azzurra lo dimentico per qualche anno, ma lui mi aspetta.
Ritorno a prenderlo e provo a togliergli la lacca anni ottanta che lo soffoca. Di nuovo in cortile, gratto per ore, il neo marito mi presta il mouse sverniciatutto, ma i fianchi sono troppo vasti per il piccolo roditore meccanico che si pianta a metà. A mano faccio mezzo coperchio. Poi mollo. Ma intanto emerge una tinta verde bottiglia e il marrone triste con cui l’ho conosciuto. Il legno originario esce a tratti, timido dopo decenni di oblio. Lo lascio incompiuto, lo riempio di lavanda e lenzuola.
È un amico discreto, cambia pelle se serve, ma resta fedele.
Vorrei finirlo, riportarlo tutto natura.
‘Sei matta? Va bene così.’
È vero, gli strati di tempo emersi dal restauro interrotto raccontano la sua vita meglio di me.
Se ne accorge l’amica con cui preparo uno spettacolo per la biblioteca. Lei alle musiche io al baule.
Mi ci nascondo dentro per una buona mezz’ora, mentre il pubblico entra e inizia la storia.
Incastrata nella sua pancia sto bene. C’è un buon odore nonostante il mio sudore.
‘Ma dove sei? Voi l’avete vista?’ chiede la voce ai bambini.
Mi concentro, tra poco tocca a me.
Mi chiama. Una, due, tre volte. Silenzio. Silenzio. Silenzio.
Scricchiolio.
Il baule si apre et voilà ecco un topo triste in tutto il suo grigiore che la musica cambia e trasforma in splendore.
È l’inizio di tutto. Del baule rinato che non mi lascerà più e di un’amicizia nuova che era lì ad aspettarmi. Anche lei.
Con gli amici capita. Di tenerseli stretti fin da bambini, di perderli per strada, di scoprirli mascherati da conoscenti o da parenti.
E di trovarli dopo anni a tinte forti, quando vorresti tornare al colore originale ma proprio non ce la fai.
‘Sei matta? Vai bene così.’
Del resto, lei se ne intende di sfumature e semitoni.
Quando ci sentiamo per i nostri progetti arriva la primavera anche se fuori piove. Se si chiamasse Viola il destino nel nome sarebbe completo: il colore, il fiore, la musica.
Genitori lungimiranti sapevano che sarebbe stato superfluo indicarlo sulla carta d’identità. Che lei risuona.
E poi due su tre non è male.
Una zampa di scimmia esce dal coperchio, lo apro e sistemo meglio lo zoo di peluche.
Mi siedo sul baule, ma quasi quasi ci entro.
Figlia, tu non farlo. Non è ancora il momento.
Aspetta di trovare l’amico giusto.
Quando entri nel baule dei sogni ci vuole qualcuno che sappia tirarti fuori.
O che ci si incastri con te.

lato blu

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