Ottantacinque. Attila e dintorni

Ci siamo trasferiti in Amazzonia e non lo sapevo.
La vegetazione è fitta e rigogliosa, talmente intricata che in alcuni punti dobbiamo farci strada col machete. Ci sono animali ovunque, spuntano quando meno te lo aspetti e dobbiamo interrompere i lavori. Per salvarli. Perché una lumaca non può rischiare di essere schiacciata e una coccinella ha il diritto di continuare a volare e portar fortuna.
Tutti d’accordo.
Solo che le interruzioni compromettono il ritmo di taglia e strappa, già abbastanza a rischio defezione.
C’è la vecchia rete del giardino da togliere, giovedì vengono a mettere quella nuova, più rigida e resistente. Ma noi si deve pulire tutto prima.
I vicini di destra lato casa sono avvertiti: per alcuni giorni tra noi non ci saranno confini. La loro discrezione è messa a dura prova, la loro piccola di tre anni verrà a trovarci, ci scommetto. Oggi però restano a debita distanza.
La deforestazione è cosa nostra.
Io e la figlia partiamo insieme. Il resto della squadra ci raggiungerà dopo aver concluso i calcoli matematici della settimana. Prima il sapere.
Apriamo le danze vegetali con l’attacco all’agrifoglio e alle ortiche che si sono invitate. Guanti, forbici, lente d’ingrandimento. Non ci serve la radio. L’esploratrice in erba descrive ad alta voce ogni filo che taglia, ogni insetto che trova. Poco efficace, ma entusiasta e loquace.
Lo zen e l’arte del giardinaggio sono un’altra cosa. Ma avanziamo piuttosto bene.
Marito e figlio scendono in campo e intervengono nella zona bosco in fondo. Ci sono radici e rami che risalgono al jurassico. Il parco giochi dei giardinieri. Per noi solo una gran fatica.
Il pranzo è consumato in fretta, frutta, acqua e panini, le lasagne domani.
Ho fatto correre il minicane prima di iniziare, per lui questa settimana solo giri fuori casa, che senza rete chissà dove ci parte. Per fortuna non siamo più in confinamento, altrimenti chi lo sentiva? Ha tentato qualche lamentela sul far dei lavori, poi si è accorto di aver campo libero e sta facendo siesta per tutti.
Quanta invidia.
Ci perdiamo anche i figli dopo pranzo, che un film per digerire ça va sans dire.
Io e il marito capiamo in questi momenti che più avanza l’età più siamo testoni. Moriremo con le cesoie in mano e non sarà per tentato omicidio, ma per senso del dovere.
O del piacere.
Di vedere il nostro lavoro che cambia i connotati al mondo. Che lo pulisce, che lo prepara al dopo.
Noi dopo siamo a pezzi. Ci fanno male muscoli che non sapevamo neanche di avere.
E ci manca ancora metà Amazzonia.

il fu terrazzo




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