Ottantotto. Libera docenza

Non sono abilitata. Eppure esercito. Sul campo.
Sono senza specializzazione, ma le devo avere tutte. Anche quella in logistica e in negoziazione per incastrare lezioni e sedare conflitti.
Ogni mattina che il balordo contagio ci costringe a casa, seduta al tavolo della cucina opero a libro aperto e senza anestesia, tirando avanti a santi e caffeina.
La scuola dei figli è diventata anche la mia.
E per fortuna mi è sempre piaciuto andarci. Credo sia la cosa che so fare meglio.
Da sola, andrei a scuola tutta la vita.
All’università non tanto, sono troppo libera e mi perdo un po’, soprattutto all’inizio. Non so come organizzarmi, come fare. Non ho i compagni, la classe. Infatti concludo quando trovo qualcuno che mi fa studiare in modo regolare, giù la testa e pedalare. Un esame dopo l’altro.
A me piacciono le elementari, le medie e mi piace il latino, iniziato verso la fine della terza. Mi ricordo i compiti fatti con una compagna un sabato di fine aprile. Fuori nevica.
E c’è questa rosa decisa che sa cambiare restando fedele a se stessa. Muta solo il finale per adattarsi al contesto e tutto da sola, senza articoli di supporto. Anzi trascina aggettivi e altri soci di frase, tanto è forte.
Rimango affascinata. E inizio il classico.
Il marito sostiene che la poca logica di cui dispongo sia merito della lingua di Cicerone e compagni.
Io so solo che adoro tradurre e studiare. Gli anni del liceo sono a tratti nebulosi. Nei primi due, persi tra le declinazioni latine e i verbi greci, la pallavolo settimanale mi permette di avere qualche contatto sociale e muscoli attivi. Niente di competitivo, non facciamo neanche partite. Solo un allenamento il martedì nella ex caserma dei pompieri diventata palestra a pioggia d’intonaco. La prof è alta come il carrello che contiene i palloni. E usa il fischietto invece di parlare.
Io aspetto che finiscano le due ore per prendere il bus e tornare a casa tra i libri. Questo so fare. E nel frattempo tento di imbrogliare l’adolescenza.
Quando guardo il figlio pesce fuor d’acqua, mi ci rivedo un po’, io con il cappotto verde con gli alamari nei tempi dei piumini e della Naj-Oleari.
C’è chi sa vestirsi, truccarsi, uscire la sera. Io metto piede in discoteca solo una volta, in gita scolastica, e ho una gonna rosa di felpa che sembro Barbapapà.
Per il resto me la cavo. Studiando.
Amici ci sono, la classe ne è provvista. E fornisce anche un prof d’eccezione a cui devo l’anima greca che mi ha fatto partire. Mai ringraziato, mai rivisto.
Selvatica e ingrata.
Eppure, quando ogni mattina mi siedo al tavolo della cucina con i figli, quando vado a insegnare italiano al mio unico allievo pensionato, quando inizio qualcosa e mi metto a imparare, lo vedo in cattedra.
Un giocoliere di parole che insegna la vita con la scusa dei classici.
Non sono abilitata, non sono docente, tento solo di rendere decente questo periodo strano. Aspettando la scuola, non per liberarmi dei figli – che la tentazione è forte – ma per liberare loro.
Perché, per quanto stropicciata e dolorante, la scuola fisica è importante.
Per arrivare in ritardo, per alzare la mano, per le lezioni noiose, per la musica insieme, per l’odore del laboratorio di biologia, per il suono della campanella, per le assemblee, per le merende scambiate, per i compagni innamorati.
Ed è vitale andare a scuola perché prima o poi lo incontri di sicuro quel professore che ti insegna a buttarlo giù.
Il tuo muro.

ubi maior

Spin-off
Mika, una cosa è certa: tu sei sempre stata e sarai una secchiona! Il tuo unico errore è stato quello di non intraprendere la carriera da docente, vista la tua fame di apprendere e l’abbigliamento, saresti stata la prof di latino e greco più spaccapalle di qualunque liceo Volta o Parini. Ti vedo incedere nei corridoi con le tue scarpe da tango modello confort, la gonna di lana e qualche capello grigio a impreziosire la chioma, le prof serie non hanno tempo per la tinta e lo shopping, diffida sempre di quelle vestite bene, han copiato sicuramente la versione. Dai, lo sai che scherzo, tu sei una secchiona anomala, di quelle che hanno amici, fanno copiare e vestono colorato. Quando sei partita per la Grecia mi chiedevo come avresti fatto a sopravvivere con quella lingua, tu tutta tronfia mi hai risposto che il greco moderno proviene dal greco antico e tu sei laureata in greco antico. Checcevo’?!
T’immaginavo andare allo Sklavenitis a fare spesa con la tunica bianca e i sandali stringati fino al ginocchio sparando cazzate tipo ‘gentil donzella mi riempia la bisaccia di vino e companatico..’ E invece, dopo un doppio salto mortale, mi ricadi in piedi (l’asticella anche stavolta è rimasta lì!) Sei diventata la logorroica italiana MA che parla fluentemente il greco moderno! Menzione particolarissima va fatta anche alla ‘Preside’ che ti ha trascinato per le orecchie fino alla laurea! Perché è sempre vero che gli amici si vedono nel momento del bisogno!!

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