100 e due. Fratelli di taglia

Oggi passo.
Accompagno il figlio che entra alle dieci e allungo il giro fino a casa sua.
È l’amica italiana, la chiacchiera bella che mi manca da troppo.
Con scatoloni e famiglia ci siamo trasferite insieme nell’estate del 2016, nello stesso luglio, nella stessa città francese. Lei arriva qui da Roma e da un cuore un po’ più a sud, io dall’altro nord. Ma insomma cambia poco. Entrambe siamo impegnate in un trasloco e in un cambio di vita, in un caos quotidiano tra burocrazia e nostalgia.
Abbiamo la stessa agenzia che ci aiuta nelle pratiche, la tipa bionda tacco basso tenta di farci conoscere con uno scambio di mail.
Ma entrambe la ignoriamo.
Ci somigliamo troppo per cultura ed approccio che non basta un indirizzo di posta elettronica per diventare amiche. Ci vuole l’occasione giusta, una conoscenza comune e se son rose.
Infatti.
Dopo quattro anni il caffè con lei è diventato l’appuntamento che completa la felicità. Ci sono periodi in cui ci vediamo poco, in altri conviviamo.
È come se ci conoscessimo da sempre e la sorellanza è scattata, al di là dell’essere italiane.
Non serve fissare date di incontro con l’anticipo di mesi come è usanza da queste parti.
Se ci gira si passa (pandemia permettendo).
Come oggi.
Mando però un messaggio di avviso perché non sono sola. Figlia e minicane mi accompagnano. E anche lei ha tutti a casa, figli, marito e pastore tedesco.
Un cane vero, bellissimo e soprattutto addestrato. Sta fermo quando glielo dicono e ritorna se lo lasciano libero.
La controfigura di Idefix, tre chili di pelo arruffato, fuggiasca per passione, si fa subito riconoscere.
Entro prendendola in braccio, non mi fido. Ma non del principe dei lupi, come spiego al premuroso sorriso che ci accoglie. È che qui ho una bomba innescata. Le sue origini mezze chihuahua la spingono ad esprimersi con vocalizzi acuti e molesti. E sono convinta che si creda un gigante. Altrimenti non si spiegherebbe come possa mettersi ad annusare il suo ospite con un atteggiamento evidente di sfida.
Tu non sai chi sono io, gli abbaia sfrontata. Sottotitolo: fatti sotto, se hai coraggio. Bu!
Lui la studia, incredulo di tanta audacia. Ma resta un signore.
Io mi sento tremare. L’ansia non giova all’istinto, mi siedo e tento un contegno, ma pure la figlia, pettinata e vestita per l’occasione, dimentica il piacere di vedere i tre ragazzi della casa e freme con me.
Sono una pessima madre, lo so.
I piccoli vanno abituati subito al confronto.
Nella relazione con l’altro si forma il carattere, ci si trova un’identità e la misura nel mondo. Altrimenti si cresce davanti allo specchio deformante del proprio ego.
Ecco.
È che proprio non ci riesco a lasciare i tre chili maleducati per terra.
Désolée, amico mio che tieni accanto lo splendido esemplare canino senza alcuna fatica. Ti ubbidisce, lui.
Io sono tanto tanto désolée, ma per fortuna qui non siamo francesi e l’improvvisazione ce l’abbiamo nel dna.
Si decide di uscire.
Rimandati i biscotti e le chiacchiere sul divano. Peccato per i figli che si sono svegliati presto invano.
Le chiacchiere alla fine si fanno tra noi donne all’aperto. La figlia sullo scivolo, la palla di pelo in braccio, che a lei il parco sarebbe vietato, e noi due sulla panchina un po’ in disparte.
Siamo felici di rivederci dopo mesi. Tante cose da raccontare, ma niente effusioni, rispettiamo tutti i gesti del caso.
Siamo sempre andate d’accordo sull’attenzione e sul proteggere chi amiamo.
E non solo per una questione di taglia.

de amor y de sombra

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