100 e quattro. Il paese

Il mio allievo fa progressi.
Partito da zero con l’italiano, inizia a leggere piuttosto bene e formula piccole frasi senza zoppicare troppo tra verbi e concordanze.
Doveva essere un corso di quattro ore la settimana per sei mesi. Ma si è ritrovato un intensivo di due ore al giorno per recuperare il periodo di confinamento e finire entro l’estate come previsto.
A luglio poi prende la moto e va in Italia. Forse a vivere.
Dice che ha bevuto un caffè a Sanremo e si è innamorato dello stivale al punto da volerci passare il resto della vita.
Sarà stato un caffè squisito, tento la battuta.
Ma lui capisce qualcos’altro e inizia a raccontarmi del suo sogno di neo pensionato.
Si immagina in una casa in mezzo al verde, con vista sulle colline, un po’ d’acqua nei dintorni, mare, lago o stagno poco importa. Dopo una vita vicino alla superstrada, dove in giardino sente i clacson e annusa fumi di scappamento, la voglia di pace e silenzio è l’unico fiore che coltiva.
Vuole passeggiare la mattina, entrare in panetteria a comprarsi il filoncino, sedersi su una panchina a leggere il giornale.
Ascolto e correggo e, in tema negozi, gli nomino ferramenta e cartoleria, commerci ormai quasi del tutto estinti nel nord della Francia operosa.
Ma che, sottolineo, sono vivi e in salute in angoli d’Italia dove si protegge il paese, dove il prima resta e si rinnova.
‘Sa quei piccoli centri dove c’è tutto lungo la via?’
Capisce. Annuisce.
Ci sono il cimitero e la piazza del mercato all’ingresso, poi gli faccio l’elenco: il parrucchiere, la ferramenta, la boutique, la farmacia, la banca, la pasticceria, il macellaio, la cartoleria, l’ottico, la panetteria. E mentre conto i bar mi accorgo che gli sto descrivendo un posto che amo, ma soprattutto che non so quanti ce ne siano. Uno, due…sei?
Il mio allievo è stranito. Forse per il numero dei bar, forse perché non ha capito.
‘Aspetti, non ho ancora finito’.
Gli parlo del comune di fianco alla chiesa, del negozio del mercato equo, del fotografo che cattura le gocce di pioggia e i tramonti dalla collina. Della biblioteca piena di gente e di sorrisi dove vive la madrina del figlio. Della gelateria dove l’estate scorsa abbiamo passato le vacanze con gli amici francesi. Di quando io e i bambini siamo tornati a piedi per la strada dei campi: impossibile rimetterci in macchina inzuppati com’eravamo dagli schizzi della fontana. Siamo passati dietro la sede della Croce Rossa, volevo fermarmi a salutare, ma poi ero senza telefono e mi aspettava il marito…
Mi blocco. Mi ricordo che sono a lezione. Per darmi un contegno correggo il tiro. ‘Adesso facciamo un po’ di grammatica.
Scusi? Come vuole imparare il condizionale presente? Ma non è nel programma. È difficile’.
’Mi spiega, per favore’.
Gli scrivo un paio di esempi, mi aiuto con il francese. Vorrei, potrei, potrebbe, sarei, sarebbe.
Lui mi guarda un attimo, poi formula.
‘Ci sarebbe una casa in vendita in questo paese? Potrebbe darmi l’indirizzo?
Vorrei tanto vivere in un posto così’.

fotografia di Roberto Raschellà

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