100 e cinque. La nouvelle vague

Mi sembra proprio di stare in un film.
Prima si gira per settimane in interno. Le scene tra il divano e la porta d’ingresso hanno il grandangolo per aumentare il respiro. Il giardino si trasforma in ristorante, giungla e pista d’atletica. La claustrofobia stimola la creatività.
Poi arriva il permesso di riprendere il fuori ed è ormai da un mese che spingo la camera oltre il confino.
La moda è cambiata. La nuova stagione scopre le gambe e protegge il viso.
Un compagno del figlio arriva a scuola in bermuda, ma il cappuccio nero della felpa, gli occhiali da sole e la mascherina gli danno un’aria assurda da terrorista in vacanza.
Mascherati e obbligati a prendere rendez-vous, arriviamo puntualissimi dall’ottico, ci laviamo le mani al bidone del gel e aspettiamo che sedie, tavolo e plexiglass protettivo tra cliente e commesso vengano igienizzati. Lo spruzzino alcolico è la nuova arma dei negozianti. Gli assassini del germe sparano, nebulizzano, sfregano, magari con lo stesso straccio per tutto il giorno, ma il gesto è la regola.
Il figlio si siede sulla plastica ancora umida e prova alcune montature che sono state pulite una per una. Insieme alla procedura d’ordine, ci viene spiegata la consegna in ritardo. Da due a tre settimane, un mese forse, che sarebbe indelicato avere fretta in questo periodo. La pazienza è diventata una clausola contrattuale e il virus la copertura ideale per eventuali negligenze. Quasi sempre però il ritardo è reale.
Per fortuna almeno la scelta dei nuovi compagni di vista è veloce, perché oggi abbiamo anche il dentista.
Passiamo da casa a prendere la figlia e alle quattro e mezza suoniamo all’ingresso. Piove a dirotto ed entriamo trafelati. Prima del buongiorno la segretaria chiede se siamo equipaggiati. Mi scuso e pesco dalla borsa l’indispensabile per essere ammessi.
Prima frugavo solo per cercare le caramelle.
Supero la fase gel e passo al pagamento del trimestre, quando arriva il dottore che preleva i due pazienti e se li porta via. Sono le sedici e trentadue. Di solito aspettiamo almeno mezz’ora.
Per raggiungere i figli passo dalla sala d’aspetto dove ogni sedia ha un cartello con il nome del medico.
En cas de dépistage, sento chiacchierare.
Depistaggio. Era una parola che sentivo nei film polizieschi che piacciono al marito. Ora la pronunciano anche i bambini.
Si parla diverso, il vocabolario cambia e si adatta al contesto. Perché si vive diverso.
C’è più attenzione, più pulizia, più rispetto delle regole e degli orari.
Però, visto così non è poi tanto male il film che stiamo girando.
Famiglia, scongiuriamo la deuxième vague, usciamo da quest’onda anomala e teniamoci strette le pratiche buone.
La vita è realtà, mica finzione.

sottocoperta

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