100 e dieci. Il guardiano dell’arte

L’ho lasciato nello spazio, lo ritrovo nel tempo.
Sembra un’affermazione fantascientifica da teletrasporto. Invece è ciò che mi succede oggi durante una lezione alternativa in esterno.
Avere un solo allievo ha i suoi vantaggi, le gite scolastiche costano poco e si può improvvisare. Si può per esempio andare al museo di arte moderna a commentare le opere in italiano.
Fuori il diluvio, dentro le mascherine.
Obbligatorio anche prenotare prima, rispettare orari, distanze ed tutto il pacchetto pandemia. Ma ça va, siamo all’inizio del giro e per ora tutto bene.
Non ci sono molti visitatori, saremo una decina, maschere comprese, i sorveglianti invece si sprecano, sono particolarmente numerosi e imponenti, le facce truci e sudate. Ingaggiati apposta per far rispettare il protocollo, immagino.
La guardia che apre le danze però è diversa. Sorride con gli occhi, vorrebbe darci la mano lo sento. È una di quelle persone aperte, cordiali, che fa volentieri il proprio lavoro e anche di più.
Liquida veloce le istruzioni per la visita, si concentra sull’artista esposto. William Kentridge e i suoi disegni, i video al di là del tempo.
Vi serviranno un paio d’ore per apprezzare tutto – il limite massimo di visita in periodo re morticello sono 90 minuti – prendetevi il tempo, girate, osservate, lasciatevi attirare dalle opere. Per qualsiasi domanda, dubbio o curiosità venite a cercarmi. Sono il responsabile della sicurezza in questo periodo. Mi chiamano solo quando ci sono situazioni particolari o mostre importanti.
Aspetti, ma io la conosco. La stanza nera con i laser di luce. Di quel Mc come si chiama.
McCall. L’italiana. Sì, mi ricordo.
Come? Mi ricorda?
Qui rischiamo davvero di finire in birreria. O lui di perdere il posto. Perché si toglie un elastico dall’orecchio e svela il suo viso, casomai io non lo riconoscessi. Io. Non lui che vede centinaia di persone durante la settimana, migliaia in un anno.
È passato un anno e mezzo.
In un pomeriggio piovoso di scuola mi prendo un paio d’ore per girare in solitaria il museo.
C’è l’esposizione Danse brut, per me nebbia totale, ma sembra divertente.
Infatti. Giro e ammiro. Poi piombo in una stanza immersa nel buio. Ho sbagliato, mi dico. Faccio per tornare indietro, ma vedo il minuscolo cartello sul muro che descrive l’opera. Solid light works.
Intravedo una lama di luce, mi avvicino. Ho una gran voglia di toccarla, ma chissà se posso. Di solito è vietato. Però se non c’è nessuno forse.
Lo spazio è un’immensa penombra vuota. Ci sono solo io e questa luce che cambia, si muove, sembra viva. Non resisto. Chiedo alla guardia.
E questo signore gentile si illumina come se gli avessi fatto un regalo. Mi incoraggia ad andare svelta a giocare come un papà premuroso con la figlia timida al parco.
Poi torni qui che le spiego.
Sono tornata.
Tante volte. Una pure con l’amico guru, che se non fosse già qui per le prove gli pagherei l’aereo solo per poter condividere questa esperienza con lui.
Nel buio a toccare la luce starei tutta la vita.
Quella prima volta rimango più di mezz’ora, il sorriso in divisa mi racconta l’artista settantenne che ha visto installare tra proiettori e cavi e programmi come fosse un nerd ventenne qualunque.
L’accento mi tradisce.
Da dove viene? Bella l’Italia! Mio fratello vive a Marina di Massa. Mi piace l’Italia.
E gli piace il suo lavoro perché si sposta con le mostre, sta vicino alle guide e impara, così se poi incontra qualcuno che ha tempo può raccontare. Io quel pomeriggio devo scappare, l’orario di fine lezioni mi impone il recupero figli.
L’ho cercato ancora, il narratore guardiano, ma non l’ho più rivisto.
Fino ad oggi.
Anche prima che tirasse giù mezza mascherina l’avevo riconosciuto.
Ho la barba, vede? Ma mi ricordo di lei. Bella l’Italia, che gran paese, mi dice anche stavolta in italiano.
Il mio allievo è stranito. L’altro crede a un certo punto che sia anche lui un italiano con poca dimestichezza con il francese e che io gli faccia da tramite. Un vero teatro.
Purtroppo non posso passare la lezione all’ingresso della mostra.
Torni a trovarmi, tanto sono qui fino a dicembre, hanno prolungato la permanenza.
Saluto il mio quasi amico a malincuore e vado spedita alla stanza che ci ha descritto così bene.
È una manipolazione del tempo tra immagini e suoni, ci sono pure delle sedie. Anche qui è a rischio ci resto.
La professionalità per fortuna mi salva e porto in fondo allievo e lezione.
Salgo in macchina con la pioggia che picchietta sui vetri e mi blocco nel gesto d’accessione, pensando a certe persone. Come siano opere d’arte.
Il signore della mostra bisognerebbe esporlo più spesso, metterlo in circolazione come un virus.
Il contagio per una volta sarebbe auspicabile.

minaccia o promessa?





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