100 e ventidue. Errore di connessione

Bla bla bla. E bla bla bla. E ancora bla bla bla.
Potrei aggiungere bla bla bla. Per concludere con bla bla bla.
Ma bla bla bla. Ricordati che bla bla bla.
Basta bla bla bla. Parliamo sul serio bla bla bla.
Quante sono le volte che le parole assomigliano a un rumore costante. Poco importa come sono articolate, scandite, ritmate. Il significato va a farsi un giro e ne resta solo il ronzio fastidioso.
Che il significato è fratello dell’attenzione: se lei parte in gita, lui la segue e arrivederci ragazzi, io mi fermo qui.
Ecco più o meno quello che mi succede oggi.
Giornata a rincorrere le cose da fare giù per il pendio, tanto rotolano veloci.
C’è una stanchezza maligna che mi rallenta le azioni e mi fa inciampare mentre cerco di star loro dietro. Non posso sempre dormire bene o far finta di averlo fatto.
Resto stonata tutto il giorno e cammino attraverso le ore come un pinguino barcollante.
Il marito torna più tardi stasera. Recupera il mattino passato a finire un trasloco amico.
Dal rientro da scuola i figli non sono stati zitti un amen.
Gli argomenti di conversazione impediscono la mia concentrazione. Rispondo per buona pace dell’armonia, ma intanto rifaccio letti, stendo panni, stiro camicie, rassetto stanze. L’assenza diurna si paga al tramonto.
Il figlio martella con il programma alimentare. È cresciuto ancora, cinque centimetri in venti giorni e il suo sviluppo chiama costantemente il cibo.
Mentre io vorrei chiamare i rinforzi.
Ci sediamo a tavola senza che me ne accorga. Tutto fatto. I ceci sono buoni e il pane fresco comprato per miracolo riabilita una zuppa verde che millanta salute.
Le bocche impegnate rallentano l’emissione di lettere articolate. Riesco a sentire un’eco di silenzio in lontananza.
Sono seduta come al solito con il poster del mondo davanti agli occhi, ci piace mangiare sognando globale, quando il mio collo fa un mezzo giro involontario verso destra e.
Giù in strada sta passando il tizio che abita nella casa all’angolo. Arruffata lei, allampanato lui. È lungo lungo, porta una canottiera da basket rossa e nera su jeans a tubo largo, il cappellino con la visiera girata completa la sua aria da cerino spento.
Non cammina dentro le scarpe alte, molleggia. Sembra che sul marciapiede al posto dell’asfalto ci sia un materiale elastico che rimbalza i suoi passi. Ha due sacchetti di plastica bianca in una mano, nell’altra una borsa logo, in linea con lo stile sporty choc della tenuta.
A un tratto il molleggio ha un brusco arresto, mollate pure le borse per terra, il tizio si concentra sul muretto di cinta della fabbrica che costeggia.
Allungo il collo per capire con gli occhi.
Il suo corpo è in torsione, il palmo destro aperto in attesa di ricevere qualcosa, la mano sinistra sta frugando nel cespuglio che spunta dalla rete sopra il cemento. Le dita scorrono e scostano il verde.
Il mio zoom oculare non riesce a mettere a fuoco di più.
Non vedo cosa afferra con una delicatezza al rallentatore e si appoggia sulla pelle a cucchiaio. Lo guarda un istante, poi avvicina i polpastrelli al polso, si china a riprendere le borse e torna via con un molleggio più attento.
Resto un respiro a fissare il tratto di marciapiede rimasto vuoto.
Sbatto le palpebre e sono di nuovo in cucina, seduta al tavolo della cena con i figli che parlano insieme.
Il bla bla bla è scomparso. Ora ascolto e rispondo. Sparecchio e scendo incontro al marito.
Ci sono forme di meditazione impreviste nel corso di ogni giornata. Virate inattese che ricentrano obiettivi e recuperano risorse.
Assistere a quel gesto straniero e misterioso mi ha riportata presente.
Caro segreto raccolto per strada, ti ringrazio.

la direzione

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