100 e trentuno. La passeggiata

In attesa delle vacanze ufficiali, i ritmi quotidiani sono già cambiati. Più larghi, più pigri, più che si fa oggi?
Finita la scusa dei compiti per far passare le ore, io avrei un sacco di idee per impiegare le mie, ma con due figli al traino ci sono altre priorità.
Così da lunedì è stata dichiarata obbligatoria la passeggiata con minicane. Si estrae dal cilindro delle attività in tarda mattinata o nel primo pomeriggio, dipende dal tempo e da quanta pasta occorre smaltire prima di tornare lucidi.
Oggi piove deciso tipo novembre inoltrato e bisogna piazzare l’uscita tra una goccia e l’altra.
La figlia munita di stivali e giacca pesante scatena la gioia verbale del portatore di guinzaglio che sfreccia giù per le scale e rischia di travolgere il figlio.
Io scendo con calma, consapevole del tempo che serve per assemblare l’equipaggiamento. Perché oltre ai tre chili di pelo ci si porta in gita due monopattini riesumati dalla capanna in fondo al giardino.
Domenica ci sono volute due ore di sudore per estrarli e altrettanta pazienza del marito per rimettere in un incastro decente il fu garage stipato da mesi in sei metri quadri.
Sistemata la vite pericolante di quello più antico, i due mezzi sono pronti a tornare su strada.
Io un po’ meno, ma tant’è. Da tre giorni si ripete inesorabile il nostro nuovo rito di passaggio.
Passiamo davanti ai negozi della via, passiamo sopra il ponte, passiamo attraverso il parco e passiamo nel quartiere alveare, dove la calma regna sovrana ovunque e comunque. Fino a quando non passiamo noi.
Essere dentro al movimento mi impedisce una lucidità di sguardo, ma il punto di vista dello spettatore deve essere per lo meno singolare.
Si osserva una ragazzina che spinge decisa un bastone a disegno infantile – qui regna ancora La reine des neiges alias Frozen – e dotato di ruote. La tallona uno spilungone occhialuto in tuta che guadagna terreno mentre prova strani equilibri tra asfalto e marciapiede.
Dietro arriva un batuffolo in bianco e nero che traina un’indistinta signora di finta gioventù in scarpe sportive.
Ecco come ho ripreso a correre.
Mezz’ora al giorno. Non posso proprio lamentarmi, anche se me l’immaginavo diverso il mio nuovo allenamento per la maratona.
Il percorso cittadino permette di rinforzare lo scatto: veloci che arriva un camion!
I tratti sterrati sviluppano la confidenza con terreni estremi e il salto della pozzanghera è una tecnica avanguardista per polpacci riluttanti.
Dopo le ripetute di quartiere c’è la pausa tombino. Il rumore della ghisa che rimbomba sotto le ruote si ripete almeno una decina di volte e io ho il mio momento zen.
Mamma! Mi senti? Guarda che sta diluviando, dobbiamo rientrare.
Ma, no, figlia, dai che restiamo. Mi mancano ancora gli esercizi nel fiume.
E chi la supera altrimenti la prova costume?

neanche un lupo


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