100 e trentadue. Gran spolvero

Lavo troppo.
La povera macchina addetta non ne può più, è stanca, spossata. Ogni tanto singhiozza nel silenzio del garage e l’ho vista spostarsi di un metro all’ultima centrifuga. Tenta la fuga.
Per distrarla le cambio i programmi, le fornisco l’aceto migliore per contrastare la durezza dell’acqua, le alleggerisco il carico, ma sto esagerando.
Non posso andare avanti così.
L’asciugatrice accanto si è già ribellata. Ma lei è francese. Appena ha capito che il lavoro diventava eccessivo ha fatto appello ai sindacati e ormai funziona solo dopo ripetute lusinghe, con capi scelti e se piove. In caso di bel tempo se ne sta con l’oblò all’aria, quasi beffarda.
La lavatrice no. Lei è di un’altra fattura. Italiana. Arrivata alla prima ora in furgone con il divano rosso, ha viaggiato accanto alla fisarmonica, il tamburo bloccato con una coperta.
Carica dall’alto, dono di generosi sostenitori della causa del riciclo. Stava tutta sola nuova nuova in una casa non più abitata e ci è stata regalata. L’abbiamo amata subito. Semplice, non si dà arie, gran lavoratrice, la lavatrice.
Mai un lamento. Fino a poco tempo fa, appunto.
Scarico la responsabilità sui lavori che l’hanno fatta spostare, che la disturbano con cali di corrente e polveri fini. Ma so che è colpa mia.
Lavo troppo.
Soprattutto in vista di una partenza.
Quando faccio le valigie approfitto per fare ordine (di nuovo) ed è come se facessi trasloco (di nuovo).
Rovescio tutto l’armadio sul letto e organizzo cambi di stagione e défilé di prêt à partir.
E già che ci sono rinfresco e metto da lavare.
Come Roma sui sette colli, le nostre vacanze sorgono su almeno tre montagne: la pila dei vestiti da portare, il mucchio dei vestiti da provare e l’ammasso per terra da lavare. La logistica si complica quando ci sono magliette che migrano da un gruppo all’altro o pantaloni ripescati che vanno a sostenere i dissidenti del forse. Un limbo da cui escono solo all’ora di cena quando invariabilmente confluiscono tutti nel cesto destinato al lavaggio.
Perché se sei pulito ogni luogo ti è consentito.
Se potessi metterei in lavatrice la casa intera, programma delicati, centrifuga leggera, detersivo quasi niente, per non toglierle il profumo di famiglia. Perché quello no, non lo laverei mai.
Nessun detersivo potrebbe sostituire quel buon odore che mi accoglie quando entro. Dove vivo, dove ho vissuto, dove trovo chi amo, dove sono di casa.
Un misto di cucina, carezze e finestre aperte che ci vuole del tempo a realizzare e che per niente al mondo vorrei eliminare.
Perché c’è un limite anche all’amuchina.
Per tutto il resto non so. Ci devo ancora lavorare. Sto facendo progressi, però.
Non cambio le lenzuola quasi pulite, anche se torniamo fra un mese. Tanto, folletti a parte, non ci dormirà nessun altro.
Non stiro tutte le camicie, cioè forse ne lascio un paio appese bene che se serve si possono mettere lo stesso.
Non spolvero, non pulisco i vetri, non imbianco la cucina. Ci sarà tempo dopo, al rientro.
Che se stavolta davvero partiamo mi porto poche cose. Le altre le lascio tra le montagne e pazienza se si impolverano un po’.
Tanto poi le laverò.

…che così risparmio l’acqua…
Grazie, A.!


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