100 e trentasette. Chez Paulette

Non potete lasciare la città senza passare Chez Paulette.
L’amica nata qui è stata categorica.
Meglio perdersi un museo piuttosto che il locale.
Così stasera telefoniamo per essere sicuri di avere un tavolo e ci avviamo abbastanza presto all’indirizzo.
Zona cattedrale, anzi quasi sul sagrato. Stamattina siamo passati di qui con il trenino turistico (ultima concessione ai figli causa pioggia scrosciante) e non capisco come ci possa essere sfuggito. Forse guardavamo in alto le guglie. Perché già dall’esterno capisci che sarà un’esperienza indimenticabile.
Fuori c’è una bici coperta di lana ai ferri, tubolari tricotés e colorati ovunque, dal manubrio al sellino passando per la canna.
La prima Paulette ci accoglie in sobria maglietta nera e mascherina d’ordinanza. Siamo tenuti a indossarla anche noi dall’ingresso al nostro posto. Dose di gel sulle mani e seguitemi, siete in mezzanina.
Non ho tempo di decifrare il significato della postazione, devo prima riavermi dalla sorpresa.
Abiti appesi.
Siete anche boutique?
Shhh, mamma, che dici? Sono vestiti vecchi.
Caspita, è vero, figlia, li portava mia nonna. I grembiuli a fiori mezze maniche li comprava in stock al mercato. E sono appesi vicino a due abitini svasati in quel tessuto sintetico che fa scintille solo a guardarlo. Invece dei quadri. Che idea.
Pure il calcetto di legno messo obliquo.
No, figlio, non ci puoi giocare. È strausato e la pallina è incollata così non cade.
Registro a caso la carta da parati a fiori giganti, gli scolapasta abat-jour, dischi in vinile trasformati in lampadari.
Ho bisogno di sedermi.
Il nostro tavolo réservé è in formica verde.
La seconda Paulette ci dà il benvenuto, scosta una sedia in stile e ci piazza sopra una lavagna gigante con il menu scritto a gesso.
Passi tra un bel po’, per favore.
Che prima ho un appuntamento con la mia infanzia.
Ho sei sette anni al massimo, attraverso la via senza guardare tanto non passa mai nessuno ed entro dal Mariodelbar. La porta ha due vetri smerigliati gialli lunghi e stretti, la maniglia come quella di casa mia. E anche qui sono a casa. Ci vengo tutti i giorni. Il nonno fuma il toscano e gioca a carte su un tavolo colorato con le gambe in ferro che assomiglia ai nostri banchi di scuola, ma più grande. Le pareti sono dominate da teste di animali impagliati, c’è pure un’aquila intera. Il Mariodelbar è cacciatore, oltre che oste e cuoco.
Mi metto nell’angolo dove ha il frigo dei gelati. Ci sono un gradino e una specie di staccionata a cui mi aggrappo per sbirciare dentro al sancta sanctorum. Se sono brava posso avere un ghiacciolo. Fragola o coca, dipende dalla disponibilità. Che mica c’è sempre tutto.
Abbiamo i bagel come piatto principale.
Scusi?
I bagel.
Chez Paulette è una paninoteca vintage con influenze yiddish.
Sì sì, grazie va bene un carote, chèvre et miel. E la birra artigianale.
Dal Mariodelbar solo michette al salame e rosso sfuso in bicchieri di vetro sagomati.
Proprio come questi qui. No, non ci credo, Paulette, hai i servizi di piatti in vetro bianco a fiori. C’è pure la ciotola dove mia mamma metteva l’insalata.
L’amarcord diventa familiare. Tra un lavoro a mezzo punto e le racchette Spalding in legno, io e il marito ci sfidiamo a suore dell’asilo. Mio malgrado suor Amedea manidamanovale batte suor Maria dalle zuppe adesive.
Ehi, mamma, sei incantata? Prendi anche il dolce?
Fai tu, figlio, io sto ancora un po’ qui.
In quegli anni lontani dove questi oggetti erano normali, come il telefono fisso con la rotella che trillava forte.
Ora ci scattiamo un selfie da mandare subito via Messenger a Tahiti all’amica normanna.
Tutto è cambiato, il mondo è piccolo e il tempo veloce.
Dai, restiamo ancora un po’ qui stasera. In questo posto eccessivo, in quegli anni settanta.
Oggi possiamo. Siamo in vacanza.

il Mariodelbar (fotografia Franco Canziani)


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