100 e trentotto. Cum grano maris

Il mare è ipnotico.
Soprattutto quando è piatto e color piombo come stasera.
Ci fermiamo in un paese discreto, il parcheggio pubblico all’ingresso toglie il traffico e invita a passeggiare.
Camminiamo tanto da queste parti. Gli spazi sono lunghi, larghi, non finiscono mai. Come il mare.
È ora di cena. Il tempo incerto non disturba gli indigeni che chiacchierano seduti sul muretto.
Mamma, posso salire?
Chissà quando smetterai di chiedermi tanti permessi, figlia, che poi fai sempre di testa tua comunque.
Ma ho capito che chiedere ti scarica di responsabilità, soprattutto quando non sei sicura di esserne capace.
Sali. Senza aiuto però. Che quello ormai non ti serve più.
Il figlio ha lo sguardo alto, il minicane tira per continuare, il marito si adegua.
Il mare no.
Lui fa il mare.
Ne ha vista di pioggia e di gente. Non si scompone stasera. Coccola la mente.
E lo lascio fare.
Arriviamo da giorni diversi, ancora più condivisi. In camera insieme, non ci lasciamo un secondo. E manca lo spazio adulto, di chiacchiere libere da orecchie a cui spiegare ogni minimo dettaglio. I figli sono in controllo qualità sempre. Vedessi mai una distrazione, un chissene, no, loro sono sul pezzo anche quando il pezzo non c’è.
Caro mare, tu che ne sai?
Sei calmo, liscio, sembri dormire. Inviti al riposo.
Sul promontorio c’è una fotografia, anzi di più. Sono soldati arrivati qui nel quarantaquattro e morti altrove. Da vecchi. Uno ha finito la sua corsa a novantasette anni. Il mare l’ha protetto durante lo sbarco, non lo ha voluto.
Anche qui c’erano i bunker, papà?
Eccolo il figlio, quando non parla per molto sta nel suo altrove. Il pensiero gli è rimasto incastrato nelle casematte dei tedeschi. Le abbiamo appena viste, nei campi di grano. Chissà perché queste fortificazioni per nascondere l’artiglieria le hanno chiamate case. False, certo, ma perché case?
No, figlio, qui niente bunker. È diverso, non ci sono scogliere. Vedi che anche in mare non ci sono barriere? Qui c’era la testa di ponte dei Canadesi.
Li lascio alla loro storia e raggiungo la figlia che imita i fenicotteri sfidando la gravità.
È in bilico sulla distesa d’acqua, solo un effetto ottico, ma le do lo stesso la mano.
Poco fa le ho scattato delle foto in mezzo alla distesa dorata. Raccoglieva papaveri e margherite a bordo campo.
Ti tengo la mano, ma tu continua a camminare, figlia.
Che giallo o blu, salato o spigato, conviene allenarsi all’equilibrio, in un mare o nell’altro.

il mare nel grano

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