VI. Franky and friends

Le nostre sere d’estate corrono veloci.
E meno male. Perché non sono molto diverse da quelle d’inverno, luce e sudore a parte. Si dorme abbastanza presto, non si frequenta nessuno. Noi maggiorenni, a silenzio riconquistato, stramazziamo sul divano e ci ingozziamo di patatine clandestine. Il nostro più alto livello di trasgressione.
Oggi abbiamo giocato per più di un’ora a un Trivial tutto giallo regalo degli zii. I figli agguerriti, io e il marito rassegnati.
Che sono lontani i tempi dei tramonti sul mare senza coprifuoco con la prole di là da venire.
Ma tant’è. In queste strane vacanze incoronate le scelte sono state quasi obbligate. Dalle circostanze e dalle vicinanze.
Per fortuna i giorni italiani ci hanno regalato momenti serali memorabili. Tra amici e zanzare.
Tipo due settimane fa. Di venerdì.
La cognata pilota – che sa volare alto anche senza ali – e il suo amore complice – fratello del marito, zio dei figli, cognato mio – ci invitano a una serata cinema. Gli spettatori under 13 hanno l’entusiasmo di chi ha vinto alla lotteria, soprattutto per la cena inclusa. Sospettano infatti un consistente apporto di pizze. Del film a loro poco importa. Povere anime semplici: ancora non sanno quale pellicola li aspetta. Nonostante l’avvento di altre forme di riproduzione, la terminologia quasi preistorica è d’obbligo per rispetto all’anno di uscita del capolavoro: 1974.
E dato che per un grande film ci vuole un grande schermo, i padroni di casa hanno trovato in un muro il telone perfetto.
Non sono molte le anime folli che per la visione privata di un dvd per cui basterebbe un soggiorno riconvertono uno spazio casalingo esterno in cinema sotto le stelle. Noi privilegiati ce ne abbiamo una buona manciata in famiglia. Di anime folli. E di stelle.
‘Allora, questo film?’
I succulenti bocconi di margherite dopate sono quasi finiti, la birra ha sostituto lo spritz, sta per entrare in scena l’anguria.
E niente. Il disco non si decide a parlare con il computer che invece se la intende a meraviglia con il proiettore. Sono solo gelosie informatiche, si rischia però una sostituzione.
Sento qualcuno che parla de La storia infinita. Anche no, dai.
La tensione aumenta.
Vi prego, fate qualcosa!

’Buona l’anguria!’
‘C’è ancora pizza se volete’
‘Un’altra birretta?’
La tecnologia non può competere con il pragmatismo umano. Un veloce cambio di supporto e vai. C’est parti.
‘Papà, ma perché è in bianco e nero?’
Il marito stasera è l’uomo che sussurrava ai pixel per il figlio che tutto vuole sapere.
‘Mamma, ma fa paura?’
La figlia ha la stritolata preventiva: per lei il coraggio si trasmette per contrattura. Della mia mano. Permanente.
‘Shhh! Non si sente!’
In effetti bisognerebbe abbassare un po’ il volume del video, a tratti disturba.
Le battute dette dal pubblico si devono sentire bene, con il giusto anticipo sul tempo degli attori, altrimenti non c’è gusto. Perché questo non è un film, è un rito collettivo. Da praticare con regolarità, rigorosamente in compagnia di altri adepti e di qualche neofita per continuare a diffondere il verbo.
Il livello di stasera è alto, si raggiungono attimi di rara sincronia e alla fine si discute della versione originale di alcune perle umoristiche. L’inglese ha le sue genialità, ma anche la versione italiana non scherza.
Scopro che esiste un ombrello con la frase che in famiglia è diventata un mantra.
‘Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere’ lo capisci solo se sai.

la poltronissima

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