VII. Altro che cavallette

Dobbiamo trovare una soluzione.
Perché così non si può andare avanti.
Per quanti sforzi facciamo non riusciamo proprio a liberarcene. E il loro numero aumenta, avanzano decisi, come un’armata silenziosa e tenace che occupa i nostri spazi.
Non capisco. In Italia ne abbiamo lasciati una buona quantità. Non ne abbiamo portato neanche uno del marito. Poi certo, qualcuno è arrivato lo stesso, in regalo, che lui preferisce quelli con i colori delle api.
D’accordo, i figli crescono con due identità linguistiche e bisogna pur fornire loro buone basi in entrambi gli idiomi. Non potremmo mai privarli dei classici. Ma sono alti così e pesano.
Sono disposta ad assumermi la mia parte di colpa. Sono seriale e seriamente incapace di dormire senza. Però sto facendo molta attenzione, provo a vivere di rendita, riprendo in mano, recupero quelli usati e li rimetto in circolazione. Beh, non sempre veramente. Perché ad alcuni mi affeziono, e come faccio?
I mobili si lamentano, anche loro non sono più avvitati di fresco e cominciano ad essere stanchi. Stamattina ho beccato un Billy grande che tentava di scrollarsi di mensola un paio di nuovi arrivati. Invano. Resistono, i cartacei.
Credo però che la vera responsabile di tutto questo germogliare sparso e invasivo sia la figlia. Perché è lei che li semina.
Gira furtiva con uno o due esemplari in mano, nello zaino, in tasca, e li lascia in giro con finta naturalezza. Ha tentato di convincere il minicane a portare una di quelle fiaschette tipo San Bernardo per nasconderli anche lì.
Li prende, li apre, li divora, li impara a memoria. E poi li lascia. Ovunque. Non c’è divano, pavimento o mobile orizzontale disoccupato.
Mai che per sbaglio o botta di fortuna tornino al loro posto.
Lo so lo so, loro la amano, la figlia. Perché li fa viaggiare, li mette in contatto con altri piani, con realtà talmente diverse fra loro che in nessuna classificazione standard potrebbero incontrarsi.
Con lei no, grazie a lei la cucina incontra lo spazio, Paperino va a teatro, il latino si siede vicino al popolo del rugby.
Siamo la Babele dei libri.
Eppure. Oggi, mentre spostiamo l’ennesimo mobile per ottimizzare l’ennesimo spazio, li guardo. E mi stupisco di come possiamo sentirci più leggeri malgrado l’aumento dei pesi specifici.
Guardo i colori, le pagine, li riconosco, li ricordo.
Se li tocco e li apro mi resta qualcosa sulla mano.

È polvere.
Da buongustaia si posa sempre sui più belli.
Ma ci si appicciano pure dei pensieri snelli, efficaci, non legati fra loro, che però saltano fuori nei momenti buoni. Tipo quando vado in bagno e ne trovo uno appeso alla barra porte serviette.
‘Eeh, mamma, dovevo finire il capitolo’
Non indago sulla sorte dell’asciugamano. Salterà fuori come i pensieri.
A proposito, domani dovrebbero arrivare i quattro libri di lettura per il figlio.
È l’ultima settimana di vacanza, dovrà pur leggere qualcosa…

il posto giusto

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