XVI. Calma e agenda

Il figlio è pronto cinque minuti prima.
Il suo primo giorno in seconda media sono tre ore di presentazione professori e orario e consegna libri.
In Francia te li danno in prestito, li ricopri, li tratti bene, non ci scrivi sopra e alla fine dell’anno se li riprendono.
L’orario definitivo parte dal secondo giorno, gli insegnanti ci sono tutti. Cambi compagni tranne uno o un paio con cui hai chiesto di restare, perché rimescolano classi e conoscenze, questione di livello di apprendimento o qualcosa così.
Sembra fantascienza per come la sapevo io. L’amica italiana con due figli più avanti mi previene sempre, ma sono comunque stupita dall’efficienza di questa macchina scolastica che gira a pieno regime appena si mette in moto.
L’emergenza corona ha solo potenziato il controllo e aumentato le regole.
La direttrice gironzola sul piazzale e riprende chiunque non porti la maschera in prossimità dell’edificio. Ho visto un papà coprirsi il viso con le mani e correre in auto a recuperare l’assenza. Niente giustifiche, niente deroghe.
Temo che rinvii anche me che ho il minicane a muso libero, ma la responsabile mi saluta occhieggiando un sorriso.
Bonne rentrée, madame
Scampato pericolo. Forse non l’ha visto.
E buon inizio sia.
Se non altro il figlio entra in scioltezza e sparisce senza voltarsi. Non lo ammetterebbe mai, ma ha voglia di ritornare. La vita regolare, gli orari da rispettare, la routine, l’ordine lo fanno stare bene. E meno male.
Perché l’altra metà del nostro cielo familiare è di tutt’altro avviso. Vulcanica, chiassosa, il tempo per lei è una pura formalità.
Oggi è mercoledì, giorno libero. È a casa che mi aspetta.
Arrivo alle otto e cinque ed è già pronta per fare i compiti e altre mille cose.
Un attimo, figlia, fammi bere un caffè.
Ricopriamo i libri adottabili un anno, finisce di scrivere la tabella con i numeri.
‘Ho anche la poesia da imparare a memoria’
Bello! Questo è divertente.
Mi guarda diffidente. Poi le spiego, le mostro, le lascio il campo libero.
Un’ora dopo le poche strofe sono state smembrate, masticate, trasformate e messe in musica.
Ho creato un mostro. Ma ne sono orgogliosa.
Per ricordare usiamo le associazioni visive. Parole e immagini sono amiche per la vita. Poi per divertirci ci mettiamo i gesti.
Lei ci ha preso gusto e si è messa a cantare. La poesia è diventata una ballata su cui danzare.
Suggerisco di integrare il tutto e ridurlo un tantino. Che magari in classe non è il caso di mantenere la scivolata sulle ginocchia modello rocker d’assalto. Anche la chitarra la lascerei a casa. Intanto l’obiettivo è raggiunto e usciamo a cercare un nuovo casco per la bici che in quello vecchio non ci sta più. Non ho voglia di andar lontano e sotto gli alberi non lo troviamo.
Pazienza, figlia. Magari domani. Tanto piove.
Lo so, lo so che fate vélo anche sotto il diluvio, ma la prima lezione è settimana prossima, no?
No. È vero. Dovevamo pensarci prima.
Solo che questa cosa del tutto pronto prima non mi riesce più tanto bene. Sarà che c’è altro da fare, sarà che forse sto imparando a mollare.
Un pochino. Quel giusto per provare a insegnare il relax ai figli mentre mi sforzo di impararlo anch’io.
Altrimenti qui non ne usciamo vivi.
Non ce l’abbiamo nel dna una vita così.
Qui entrano nel mondo puntuali, regolari. Nascono con il c’est noté.
Tipo ieri.
La vicina treenne esce alle otto e cinque con i genitori per mano. Trotterella con lo zaino in spalla, giacchetta fucsia, pettinatura perfetta che io manco quando ci siamo sposati.
La mamma abbronzata incede in pantaloni di sartoria e tacchi decisi. Il papà pompiere, dopo tre settimane di vacanza al mare, ça va sans dire.
Li salutiamo, io e la figlia.
Uno scambio di battute veloci che non rallentano il loro andare.
Noi oggi si va in quboblu lavabile a pioggia, che a piedi è lontano e in bici non si può. Manca il casco.
La figlia in total jeans ha una fascia di salvataggio che sostituisce i miei tentativi di code e affini. Mi spiace, ci ho provato, forse dovevamo svegliarci alle cinque.
‘Forza, sali in macchina che siamo ancora in orario’
Mi guarda e mi mostra con la mano il sedile ingombro.
Ah, ecco cos’altro dovevo fare ieri…
Sposto il neon rotto e la faccio sedere sui cartoni.
8h20 ingresso figlia a scuola.
8h30 discarica.
C’est noté.

ti accompagno



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