XVIII. Crocicchi

Leggo che a tre giorni dall’apertura delle scuole, qui in Francia ne hanno già chiuse ventidue.
No, non hanno sbagliato data, che magari era settimana prossima e scusate tanto, ripassate più avanti.
La prassi vuole che se passi i tre corona si resta tutti a casa.
In effetti in questi primi pomeriggi il figlio è tutto un mandare file di test per verificare il funzionamento della piattaforma di comunicazione con i professori. Au cas où.
La direttrice della figlia invece stasera scrive che il Ministero obbliga a non mischiare i bambini fra loro. Neanche si stesse giocando a rubamazzetto, ognuno si tenesse i casi suoi, intervalli separati e classi blindate. Che se le carte son buone magari finiamo la partita. Altrimenti si ricomincia. Con la scuola a casa, le lezioni a distanza, tutto il pacchetto insomma.
Ci si organizza, ma è chiaro che è tutta questione di cubo. Se ti dice bene continui a girare il rompicapo, allinei, incastri, potresti anche finirlo, il Rubik.
Intanto per assonanza, Kubrik mi dà una mano e vado sul set.
Accompagno il figlio in macchina stamattina e girano bici sotto la pioggia. Calzoni corti a quattordici gradi e teste zuppe. Hai voglia mangiare integrale e integrare le vitamine C e D. Qui ci vuole un sistema immunitario bionico per non prendere neanche un raffreddore.
‘Non date baci ai vostri figli, ma misurate loro la temperatura’ è la nuova supernorma educativa. ‘Dategli un ombrello’ no. Non si usa.
Più tardi faccio due passi con il minicane. Il sole ha deciso di cacciar fuori qualche raggio. Fa quasi caldo. Il quartiere dietro casa è sempre molto tranquillo, quasi deserto se le lezioni del collège non sono ancora finite.
Salut, toi!’ mi apostrofa una voce nota. È la libraia del centro, quasi amica. Si accompagna a un tizio alto con barba hipster e giacca blu. È una senza tante smancerie, mi piace. Va dritta al sodo.
‘Stiamo andando al cimitero. Vuoi venire?’
Sono abituata alle sue uscite, ma qui la domanda me la sono dovuta tradurre.
J’aime bien ce lieu’ mi sorride ispirata.
Declino l’invito e ci diamo appuntamento per un picnic al parco in un altro momento.
La mia scorta pelosa si attarda ad annusare l’albero e anch’io. Non annuso, però, osservo. Quei due che mi hanno appena salutata e che si avviano a passo tranquillo verso il camposanto. A prendere ispirazione. Forse il tizio è uno scrittore. O forse la libraia mi ha presa in giro. Forse era un modo suo per dirmi che ha perso qualcuno.
Sono confusa.
Dopo qualche ora mi sbraccio per farmi vedere dalla figlia all’altra scuola. Non entro nel cortile, gli assembramenti vanno evitati. L’Associazione Genitori ha però organizzato una vendita di crêpes per la merenda in uscita.
No, figlia, scusami, ma c’è la crostata che ci aspetta a casa.
No, non è per la fila, guarda che bella: così lunga, così ordinata.
No, le distanze non sono richieste se portiamo la mascherina.
Ecco, appunto, dovrei toglierla per mangiare.
Andiamo, dai, c’è confusione.
E pure io. Sono confusa.
Mi affaccio alla finestra. Scende la sera. Le nuvole giocano a chi si incendia di più.
‘Ti sei persa una scena…’
Il marito, sceso a recuperare la giacca lasciata in macchina, sta chiudendo la portiera quando vede qualcosa che lo blocca con il gesto a mezza costa.
Una tavola da surf sta attraversando la strada davanti a lui. È sottobraccio a un portatore di muta e pagaia che a passo deciso guadagna l’altro lato del marciapiede e sparisce nell’immobile vicino.
Il mare è a ottanta chilometri.
Kubrik colpisce ancora.

non cambiare canale


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