XXIII. Tormentoni

‘L’estate sta finendo e un anno se ne va.
Sto diventando grande e sai che non mi va’.
La citazione tradisce la generazione e riassume uno stato d’animo.
Il sole è ormai pigro la mattina, se ne sta sotto la coperta fino alle otto e un po’, beato lui. Noi ci si alza salutando nuvole di cotone spesso, che chiamano giacche più calde.
Settembre è un mese gentile, ma testardo. Si deve. Si fa. Possibilmente subito.
Il figlio e son souci quotidien.
Prenoti? Ma quando prenoti? Lo fai prima di venire a prendermi? Ma ci sarà posto? Prenoti? Ma quando?
Vorrei proporgli di farne un pezzo rap, ma prima del caffè non sono di umore musicale e i miei grugniti peggiorano la situazione.
Non è le sujet in sè ad essere importante. Ieri era la seconda guerra mondiale, oggi una foglia caduta storta o un ristorante dove andare a cenare.
Le parole sono una scusa per scaricare l’ansia di crescere che lo prende così, tra un biscotto e l’altro.
Il minicane tenta di distrarlo mulinando la coda e saltandogli intorno, ma stop.
La figlia prova con una poesia a memoria, che già che c’è la ripassa per dopo, ma zitta.
Il marito propone una partita a Uno che siamo in anticipo, ma zero.
Le orecchie bersaglio sono le mie. Deve far rimbalzare i suoni in loop per trovare l’eco giusta. Quella che a un certo punto gli torna indietro diversa. Con quel piccolo spiraglio che lo calma.
Prima però c’è un buon quarto d’ora di schermaglie, di riposte secche, di tentativi di corruzione a base di zuccheri.
E mille domande a cui devo ribattere, ma che non vogliono risposta.
Usciamo.
L’orario è perfetto.
Dieci minuti a piedi sono quello che ci vuole per litigare forte o passare lisci oltre il cancello.
Spiego, taccio, respiro e camminiamo.
C’è un gatto sdraiato sul muretto di fronte. Apre un occhio e ci guarda. Non giudica.
Il signore anziano con l‘ossigeno guarda nella cassetta della posta. Chissà se qualcuno gli ha scritto stanotte.
Due ragazze passano in monopattino, una con il casco, l’altra senza.
Il figlio si è fatto zitto.
Qualcosa è cambiato. Forse ho detto la frase giusta, forse ho usato il tono adatto. Non so.
‘Ciao, mamma, ci vediamo a mezzogiorno’
Entra tranquillo. Si spalma il gel disinfettante che il sorvegliante all’ingresso gli ha messo sulle mani. Lo aspettano quattro ore di didattica in presenza con gente mascherata che conosce ma di cui non può vedere il sorriso.
Strana roba, la vita.
Forse i tormentoni servono per non pensarci troppo. Davvero.
‘Ciao, figlio. Ti preparo gli spaghetti’
Cammino piano, a casa la figlia mi aspetta per il secondo giro di deposito scolastico.
C’è una tizia che pedala in costume alla finestra dell’immobile di fronte. Al quinto piano sembra impegnata a tirare una slitta fuori tempo. Chissà dove andrà con la sua cyclette ancorata. Chissà se ascolta una canzone mentre si sforza su piste immaginarie.
Un po’ più in alto a sinistra una mongolfiera verde naviga placida nell’azzurro che si illumina di sole.
Stai arrivando finalmente, pigrone d’un astro.
L’estate sta finendo ma tu resta nei paraggi, per favore.
Almeno per oggi.

forza e coraggio che…


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