XXV. Pareti

Due anni e mezzo fa cercavamo casa e l’abbiamo contratto.
Volontariamente.
Siamo stati un po’ incoscienti, lo ammetto. Poteva finir male, poteva rovinarci il piacere di abitare, invece siamo stati fortunati.
I tizi delle agenzie hanno tentato di proteggerci, proponevano visite in totale assenza o dove il rischio fosse minimo. E noi invece. Ce lo siamo quasi andato a cercare.
Il vis à vis.
Negli annunci immobiliari la sua mancanza è più importante dei metri quadri o delle condizioni del tetto. Il tanto temuto occhio lungo del vicino – corona ante litteram – è un contatto che terrorizza i futuri abitanti.
In effetti i proprietari di destra lato giardino all’inizio hanno montato un muro di legno sul terrazzo per evitare eccessivi scambi oculari.
Poi però la figlia da neonata si è fatta camminante e ora scavalca la rete in giardino per giocare in mezzo al nostro rosmarino.
La discrezione si impara.
Io che tendo al saluto costante e al racconto lungo mi sto allenando al sorriso muto se capisco che non è aria. O almeno ci provo.
Di sicuro senza vicini le confinement primaverile sarebbe stato più silenzioso, meno colorato. Più triste.
Per fortuna non abitiamo più nella villetta fighetta. Costruita in un quartiere radical chic, si raggiunge da una stradina privata e il giardino ha la siepe alta e spessa. Quando sei dentro sei solo.
Neanche le pareti prendono vita la sera, chessò quelli di fianco rientrano e discutono un po’. Questione di muri spessi o di gente senza corde vocali, sarà. Noi si stava troppo isolati.
Ora non più. Ora è tutto diverso.
Scrivo nel silenzio del giorno che arriva e sento le réveil del vicino pompiere che si sveglia per il turno. La piccola piange un po’, ma le capita ormai di rado di uscire bruscamente dai sogni.
Sale la tapparella elettrica a sinistra lato giardino. La vicina è tornata ieri dopo una settimana ad accudire i genitori anziani, oggi scende presto nell’orto.
La famiglia delle galline so che riposa tranquilla. L’inquilino di fianco ha finito giovedì di isolare la pièce. Loro con lui sono mal tombés, purtroppo, che non son tutte rose le pareti al confine.
Ma l’avere un contatto allena all’ascolto. Nostro per primo, gruppo di umani con minicane e voci esplosive.
Un pubblico invisibile aiuta a pensare le azioni e le conversazioni.
Che l’istinto è cosa buona, ma meglio educarlo prima di entrare in scena.

per via di parole




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