XXX. Non era da Nobu

Non andiamo spesso al ristorante.
Il cibo è un elemento costante e continuo chez nous, ma le uscite sono rare, estemporanee.
Ci andiamo per lo più quando c’è qualcuno con noi, per condividere. Oppure quando siamo in vacanza.
Per questo quando capita è davvero una festa.
Io leggo le portate e non blog pindarici con patate per soddisfare i palati in crescita.
Il figlio chiede ‘posso anche il dessert’ con la dolcezza che gli manca in ‘cosa si mangia’.
La figlia è a suo agio come in un prato e sfoglia pietanze manco fossero margherite.
Il marito esce a prendere la sua boccata di tabacco e poi ci trova uguali uguali.
Nessuno si alza, nessuno protesta, nessuno discute o scende a far lavatrici.
Il potere del lusso pacifica gli animi e gli occhi brillano riflessi nelle posate ben allineate.
Chi è con noi si adegua, sopporta l’attesa della scelta e l’entusiasmo della degustazione.
Andare al ristorante è una terapia di gruppo.
Per quella di coppia ormai si aspetta la separazione. Dai figli. Cresciuti. Indipendenti. Almeno fuori sede per studiare.
Intanto ci studiamo il menù.
Arriva l’addetto agli ordini. Il momento clou.
Sono a Milano, è una pausa pranzo vera. Mille anni fa.
I figli affidati ai nonni, il marito altrove. Ho un appuntamento che quando mai mi ricapita e le mani sudate, il vestito sbagliato, i capelli ribelli.
Niente è come da copione, ma improvvisiamo e che sarà mai.
Chi è con me mi precede, mi fa strada con l’abitudine al luogo e ai suoi abitanti. Il panorama cittadino entra dalle finestre senza un alone. I tavoli sono apparecchiati con il righello. I fiori raggiungono la perfezione di una fotografia. C’è anche la musica, ma talmente soffusa che posso immaginare le note che voglio. È la mia colonna sonora. Il mio film.
Su questo divano bianco non mi posso sedere, suona volgare. E come faccio?
‘Accomodati’
L’eleganza è nei dettagli.
‘Mi insegni?’ vorrei chiedere a chi mi accompagna. Ma arriva la carte, mi devo concentrare.
E poi sono anni che tenta di togliermi almeno i fiori i pezza dal cappotto. Sono senza speranza.
Ma ho una fame!
Che si mangia nei quartieri alti? Ah, ecco.
Per fortuna me la cavo con le lingue, traduco e ça va. Però siamo ancora in Italia, vero? Che magari nei posti chic hanno anche il cambio di fuso compreso nel prezzo. In effetti giustificherebbe certe cifre: il costo di un’insalata è imbarazzante. A proposito, chi paga?
L’eleganza è nella nota spese.
‘Mi assumi?’ vorrei chiedere a chi mi accompagna. Ma il lavoro serio è per chi lo è. E sono anni che tenta di distogliermi da velleità artistiche. Sono senza creanza.
Un café, s’il vous plaît
No, non lo chiedo allongé che qui al nord è già brodo un espresso.
Eh, lo so, mica siamo a Milano come quella volta a pranzo da Nobu.
Ah, non era da Nobu? Però che posto! No, non mi ricordo cos’ho mangiato, qualcosa avrò preso per forza. C’era profumo, forse era pane. Di sicuro era buono. È tutto buono nei posti così, tutto bello, perfetto.
Non era da Nobu, dici?
Chiederò al mio spin-off. Lei lo sa. C’era.

today (fotografia ARPinC)

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