XXXIV. Tessiture

Non so come ci riesce.
Ad arrivare così, puntuale e inatteso. Che fino a ieri giravo con il finestrino abbassato e stamattina mi alzo nelle nuvole sur terre. Altrimenti dette nebbia.
È buio. Le mie ore di sonno sono sempre troppo poche.
Perché spero che la sveglia si sia sbagliata, apro la finestra e mi prendo l’umidità in pieno. Ben mi sta di non fidarmi in suoneria.
La fabbrica di lievito emana un odore di pressione bassa.
Siamo in due.
Il profumo del caffè mi risarcisce un po’ ma dura niente. Si alzano i figli, il marito scende lento, il minicane ha solo cambiato cuscino.
Parte il circo dei giorni feriali e lui arriva così, puntuale e inatteso.
Giro la ruota del 22 solo a sole levato, presumo, perché l’astro non lo vedo ancora. Se ne sta sottocoperta senza la minima intenzione di salpare.
Ti accompagno, figlio, anche se sei in bici. Oggi l’atelier vélo fa da anticamera all’uscita di giovedì. Che sia presto. Che ti passi presto quest’ansia del dopo che ti uccide l’adesso. Ma più che starti di fianco non so che fare. Solo sperare. Che arrivi come l’autunno anche il tuo respiro lieve sulle cose.
Io ci credo. Tu ti devi solo fidare.
‘Ciao, mamma, vengo a casa da solo’
Ciao, ragazzo. Buona mattina.
E vedrai che sarà buona anche questa stagione che inizia dopo un’estate zoppicante e malata.
Cammino piano però, tento di metter nei piedi l’avanti tutta dei marinai di lungo corso. Ma sono solo un mozzo con il fiato corto.
Perché con tutta ‘sta nebbia non vedo neanche l’immobile di fronte, non so se la tipa della cyclette si allena anche oggi, se il suo vicino fuma ignaro di lei.
Sono costretta a guardare vicino, le macchine con i fari, qualche passante coperto. Poi costeggio la siepe che separa il parcheggio. Radente osservo e mi fermo. Grata. Il verde è cosparso di tele perfette, solitarie, compatte. Qualche ragno riposa nel centro o aspetta la preda. Altre sono vuote, come appese per caso. Ma hanno già catturato il cielo dell’alba che le colora di bianco. Non riesco a contarle. Sono tante. Sparse a caso, con giudizio. Sono una decorazione natalizia prima del tempo. Un regalo per questo giorno che non so ancora quanto sarà difficile.
Mi fermo e le fermo in qualche scatto. Il paragone non regge, ma serve alla memoria. Che le foto hanno questo di buono: assomigliano ad altro. Rimbalzano echi lontani dietro l’apparenza.
Grazie, natura, che arrivi dovunque. A guarir le ferite non ancora contratte.
Grazie che arrivi comunque, puntuale e inattesa. E mi fai ricordare.
Che sono foglia leggera e posso volare.

settembre, andiamo

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