XXXVI. La classe

Riunione di classe oggi pomeriggio.
Lascio i figli a casa après le goûter, Osho che finisce di imbiancare il garage, il minicane di guardia al cuscino. Ultimo giro ultima corsa. Poi la giostra della giornata rallenterà e i cavalli stanchi potranno riposare. Per ora quelli della Quboblu fanno il loro dovere, dribblano un paio di Audi impalate e arrivo un minuto dopo il calcio d’inizio.
Con la mappa mentale disegnatami dalla figlia trovo subito il posto da lei occupato: primo banco davanti alla cattedra. Ce la potevo fare anche senza schemi, ma tant’è. Non mi chiedo se questa posizione di alta strategia se la sia scelta lei o le sia stata imposta. Di certo la visuale sulla classe è notevole. Controlla l’adulta insegnante e girandosi un poco ha tutti i compagni sott’occhio, se vuole. Lo faccio anch’io. Di girarmi.
Arrivano un paio di mamme che hodovutomollarelariunioneametàefacciamoinfrettachedopoholapalestra.
Che da domani chiude, vorrei aggiungere, ma l’argomento corona è già abbastanza rosso in questi giorni, inutile infierire.
Ci sono una decina di papà cool, in jeans e auricolari bluetooth. La loro presenza sembra sottolineare la superiorità numerica dei maschi della classe, più del doppio rispetto alle signorine, ma questo sbilanciamento non ha mai causato cadute di stile.
Ils sont très sages’ esordisce la maestra e si guadagna il pubblico in un clic.
È tutto su pc ormai, il grande schermo sovrapposto alla lavagna che per fortuna sopravvive, benché tinta di bianco. Andati da tempo in pensione i gessi, i pennarelli resistono al virtuale se promettono di non sporcare, di non troppo disturbare.
Con la mia penna a sfera prendo appunti su un foglio vintage e scrivo attenta i programmi, che la figlia stasera poi mi interroga e vuole riposte precise. Perché qui c’è un livello di competizione alto e costante. Sono tutti performanti, tutti sul pezzo. Sarà.
Fa caldo. La sedia scricchiola. I muri sono abitati da regole grammaticali scritte a pennarello, c’è una mappa del mondo sbiadita dal sole, pezzi di nastro adesivo penzolano sparsi. Chissà da quanto tempo non vedono quel liquido viscoso e pulente che si chiama pittura.
Uff. La mascherina mi dà fastidio. L’abbasso, mi soffio il naso, la rimetto. Metto un po’ di gel sulle mani. Che ansia, ragazzi. Sento sulla schiena tutta la pressione del primo banco.
Quanto manca? Siamo solo al punto due, ce ne sono sette.
Poi, all’inizio del tre, arriva la storia che salva.
Un affare di borraccia sottratta durante uno scambio di classi. La figlia mi ha già raccontato delle indagini compiute martedì dalle maestre. La vittima stamattina è rientrata in classe con l’oggetto rubato e con il racconto di uno sconosciuto che l’ha restituita alla madre mentre promenait le chien. Tutta la scuola parlava di questo strano individuo, forse un nonno, magari uno zio. Il mistero è denso e l’insegnante chiede dettagli e un commento alla genitrice. La signora la guarda e come se fosse un’informazione scontata dice che il figlio ha tutto inventato. Che la borraccia l’aveva lasciata sul tavolo in cucina. Mai sparita, solo dimenticata.
Ah, ecco.
La mascella della maestra crolla di botto, per fortuna la mascherina è elastica e le impedisce di staccarsi e cadere per terra.
Oggi è giovedì. La mamma del derubato ha un telefono, se lo coccola anche ora tra le dita. Non poteva usarlo per avvisare?
Sono trascorsi due giorni, la scuola è stata passata al setaccio, ribaltati i banchi, gli zaini, per le tasche degli alunni si è andati in fiducia.
Il ragazzino ha fatto una storia infinita e l’ha colorata per bene. Grande inventore, gran narratore.
Quando lo racconto alla figlia non sa se essere arrabbiata o piena di ammirazione per il colpo montato.
Io penso alla scena della madre del genio in giro con il cane che si fa restituire la borraccia rossa dall’uomo del mistero.
Signora bella, stia serena, ha un futuro Lelouch in casa e la classe ne approfitterà di certo.
Mais désolée, madame, la classe c’est autre chose.

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