XXXVII. Look di tendenza

Ogni tanto mi osservo da fuori.
Come se ci fosse una camera esterna a riprendere. Implacabile, ma giusta.
Perché l’osservazione dall’interno è troppo di parte, come sentirmi la voce.
Per farci amicizia, quando ero in terapia logopedica ho imparato a registrarla. E me la sono studiata. All’inizio dubitavo fosse mia, troppo stridula, troppo nasale, diversa. Poi mi sono abituata, è diventata familiare e ora mando anche messaggi vocali senza il timore di essere scambiata per la cugina di Paperino.
Per il pacchetto completo è un po’ diverso. Non posso certo mettere davvero un occhio meccanico per scrutare ogni mio movimento, benché ormai ci sia chi ne fa fonte di sostentamento. Altro livello. Il mio è uno studio privato, lavora nell’ombra ed è soprattutto un esercizio mentale.
Tipo oggi per esempio.
La vicina tenta di chiamarmi, poi mi lascia un messaggio. Danno pioggia e vento forte, occhio ai panni. È il suo modo per dirmi che è tornata a casa e che quattro chiacchiere le farebbero piacere.
Ciack.
Esco a ritirare lo stendino che corre per il terrazzo. Tento di afferrarlo, ma lui parte in folata e mi tocca un giro di valzer per uscire di pista.
Il vestito fantasia di rosso in blu volteggia insieme ai capelli che hanno visto giorni e sfumature migliori, il trucco leggero aiuta l’età, le calze color melograno no.
Stop.
Ecco, appunto, le calze.
Che lo spin-off mi perdoni, ho dimenticato le basi. La voglia di colore nel mattino grigio mi ha preso la mano.
Ciack.
Mi metto in ginocchio per osservare la maestria di un taglio piastrelle. Osho ci tiene a mostrarmi il lavoro. Lui in tuta e polvere, io in calza amaranto settanta denari.
Stop.
I jeans sono più adatti per le visite in cantiere, ma un tocco di colore in tutto ‘sto bianco non è male, dai.
Ciack.
Ho parcheggiato in stradina, faccio i quattro passi che restano per raggiungere il piazzale della scuola dribblando le auto a motore acceso e musica ogni tanto. Gli adulti seduti smanettano sull’appendice telefonica. C’è aria di burrasca e afferro l’ombrello con due mani, mi manca la terza per tenere la gonna. Che infatti si impenna. Ringrazio gli smartphone e i denari.
Stop.
Con tutti i giorni di sole che ha fatto, io proprio oggi dovevo mettermi il vestito da ultimo tango. Nel fango.
Ciack.
Seduta sul divano scrivo in ritardo. È saltata la corrente, faccio un ponte con il cellulare per finire e postare.
Il minicane si stiracchia e salta giù dalla poltrona. Si ferma in mezzo alla stanza e mi osserva, la testa un poco inclinata sul suo orecchio giù. Studia l’insieme, decide di tentare. Un balzo e mi si accoccola tra l’iPad e le gambe incrociate.
Stop.
Qui devo ammettere che la scelta del quadrupede in bianco e nero spacca.
Le calze.
Niente di grave, solo un buchino. Le posso aggiustare. Ma con i figli da recuperare non faccio in tempo a rammendare.
Sono dunque costretta a un cambio nella scena finale (ho tentato di scovare un altro paio di calze nel cassetto, ma il verde oliva era troppo anche per me).
Ciack.
Esco con i soliti sobri pantaloni neri.
Mi accorgo che piove ancora, torno su, apro l’armadio. Lo indosso e scendo serena.
Stop.
Vai tranquilla, ragazza mia.
L’impermeabile in pelle bordeaux è un capo passepartout.

per il prossimo film

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