XLVI. Accordiamoci

Il martedì in tardo pomeriggio la figlia ha lezione di canto al Conservatorio. D’habitude faccio avanti indietro a lasciarla e il marito la recupera in uscita.
In casi rarissimi, come oggi, sono fortunata e posso fermarmi qui. Il padre raggiunge presto il figlio a dimora e si dedicano ai compiti di matematica.
La cena è quasi pronta.
Sono libera di aspettare. E un’ora e un quarto di libertà non mi capita spesso. Prevedo di passarla seduta fuori dall’aula dove l’usignolo di casa impara a gorgheggiare. Anche per terra, se le panche di legno sono già occupate. Mi piace mischiarmi alle custodie dei legni aperti e gareggiare in età con gli strumenti antichi.
Arriviamo e non c’è folla, come al solito. I pargoli vengono scaraventati da auto quasi in corsa, perché ne deposito uno qui e ne recupero un altro fra cinque minuti al tennis dall’altra parte della città. Il teletrasporto sostituito da una ripresa motore invidiabile e da una disinvoltura criminale nel mollare i figli.
Io e l’aspirante cantante siamo solite parcheggiare a qualche centinaio di metri dove c’è sempre posto, facciamo due passi chiacchierando e godendo di cinque minuti nostri anche se piove. Poi la accompagno all’interno dell’edificio, mi assicuro che ci sia l’insegnante, perché è già capitato che saltasse un turno senza avvisare. E me ne vado. Oppure se posso resto.
Désolé, madame, vous n’entrez pas
Un cerbero mascherato mi blocca all’ingresso. Causa corona solo gli studenti possono entrare. Tate, babysitter, nonni e accompagnatori vari sono pregati di restare fuori, s’il vous plaît. E attenzione alle frecce: si entra da una parte, si esce dall’altra. Come nel palazzo degli specchi al luna park.
Solo che qui non c’è lo zucchero filato, ma gel disinfettante in tutti i cantoni. Anche questo luogo antico risente della nuova stretta nazionale, tra palestre chiuse e ristoranti a orario ridotto.
Ecco. E io che faccio? Mi sono pure attrezzata con libro e iPad in caso di ispirazione. Che delusione…
‘Ti aspetto’ lancio alla figlia risucchiata all’interno dell’edificio. E resto al palo.
Di tornare a casa non se ne parla. Il traffico è denso alle sette di sera e farei appena in tempo ad accendere il fuoco sotto ai peperoni per poi tornar fuori.
Inoltre i matematici di famiglia non sopportano incursioni non previste. La loro concentrazione è messa a dura prova già senza disturbi, un’improvvisata sarebbe fatale.
Che faccio?
Una bambina entra trafelata trascinando una custodia nera troppo grande. Passa un tizio in monopattino elettrico. La nonna sportiva e abbronzata prende per mano il nipote e sottobraccio il violino. Scatto un paio di foto.
Manca un’ora alla sortie
Da una finestra aperta escono melodie sovrapposte, di archi, di fiati, di musica mista che se ne infischia di protocolli e limiti aggiunti. Vola alta e invade la strada cosparsa di clacson stonati e motori volgari. Maschere o no, le note si liberano oltre barriera, rompono schemi pandemici, danno risposte sane alla follia del presente.
Mi avvio alla macchina, la sposto più vicino. Scrivo, guardo fuori. La pioggia comincia a cadere, rimbomba sulla lamiera e culla il passare del tempo. Resto in ascolto.
Tum tum tum
È il cuore che batte.
No, no, è qualcuno che bussa con forza al vetro bagnato.
Sul passo carraio – dice – sostare è vietato.

arte in fuga

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