LVI. Lo zen e l’arte delle macchinine

Quattroruote e dintorni. Ovvero quanto conta un manipolo di pezzi di gomma, plastica e acciaio per il benessere di una tranquilla mattina d’autunno.
Colpa mia. In tutto ‘sto periodo di caos le ho messe in un tiroir sotto al letto senza informarne il fruitore principale. Privato del suo gioco preferito, non ne ha chiesto notizia, le ha date per disperse e amen. Per una volta che doveva mettersi in fissa non lo ha fatto e ce le siamo dimenticate.
Tant pis, mais quel dommage.
Perché le miniature motorizzate hanno un potere ipnotico e calmante che potrebbe essere brevettato come terapia dolce, di certo alternativa.
Ce le siamo dimenticate, tutti presi da libri e piastrelle, ma ecco che basta un niente e rispunta la passione, in realtà solo assopita sotto uno strato di oblio forzato.
Alle dieci ho una riunione in video e chiedo al figlio la sua stanza – la più ordinata e tranquilla che io abbia mai frequentato – per fingermi in ufficio per un’ora.
‘Un attimo, mamma’ e, come se lo avesse deciso da tempo, impugna la maniglia del negletto cassetto, mai degnato di uno sguardo da quando è stato montato. Giuro.
Ma oggi si vede che è giunta l’ora.
Apriti sesamo e voilà. Parte un amarcord di ti ricordi, questa viene da, l’ho ricevuta per, me l’ha regalata il, qui manca un paraurti, lì c’era un rimorchio, dov’è quella bianca lunga, ti ricordi, mamma?
Veramente no, però ti ricordi, figlio? avrei bisogno dell’officina per un’oretta, se vuoi ti aiuto a portar tutto giù che c’è più spazio.
Troppo tardi: la mostra di auto d’epoca è già iniziata.
Dopo averle rovesciate a centinaia sul parquet, il curatore sta organizzando i modelli per colore, anno di ingresso in famiglia e per altre categorie che non ho tempo di indagare. Faccio prima a scendere io. Con buona pace del mio temporary bureau.
Giù dalle scale la figlia mi saluta dalla capanna fatta di cuscini del divano e coperte. Ha deciso di sperimentare un campeggio d’interno stamattina.
Ok. Mi resta la cucina. Almeno il tavolo è libero, piazzo il pc, mi connetto, il link non funziona, sono le dieci e dieci. Mando un messaggio alle due colleghe che mi aspettano. Pas de soucis.
Anche perché è il collegamento che non va. Me ne mandano un altro. C’est parti.
Parliamo, discutiamo, concordiamo il percorso e le storie da raccontare nei prossimi incontri. Sono concentrata e presente, anche se sopra la mia testa si sta correndo la 24 Ore di Le Mans. Dall’esposizione alla conduzione è stato un attimo.
Il legno rimbomba che è un piacere, mi sembra pure di sentire gli applausi e le grida della folla, ma sarà la suggestione.
Dal reparto tende e affini arriva un canto patriottico. Per intonare l’inno non c’è mai un momento sbagliato, ma magari un po’ meno a squarciagola…
Vado avanti con la visio e tutto va bene.
Squilla il telefono. È il marito. Non chiama mai. Ma mai davvero. E che succede?
Risponde la figlia, scende il pilota.
Mi scuso anche con il minicane e rimando a dopo le spiegazioni.

Ok, c’est bon, ho finito. Saluto. Spengo tutto.
Dimmi, figlia, che c’è?
‘Dice papà che torna a casa fra poco, pranza con noi, poi continua in télétravail
Le fa eco il fratello che grazie alle macchinine riferisce la notizia con fare zen.
C’è un sospetto positivo al lavoro, finché non si ha l’esito del test staranno tutti a casa.
E dove mai lavorerà il marito?
Ma nella stanza del figlio, ovvio. Che è presto sgomberata e persino spolverata dai due premurosi.
Non indago sulla differenza di trattamento. Potrei lamentarmi, ma perché rovinare la festa che riservano al lavoratore in trasferta?
Preparo il risotto con la zucca e mi metto in tasca un’Audi Quattro.
Magari, come le castagne matte il raffreddore, tiene lontano stress e malumore.

e al centro c’è…

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