LVIII. Tentativi di torte

C’era una volta un forno.
Di quelli gentili, premurosi, con cui è un attimo fare amicizia. Bianco quel tanto che basta per non passare inosservato in mezzo agli altri elettrodomestici di famiglia. Ci dice l’ora e ci permette di impostare il tempo di accensione e di cottura. E scalda che è un piacere. Ce la mette tutta per essere utile, insomma. È con noi da quando siamo entrati in questa casa, integrato nella cuisine équipée ereditata dai vecchi proprietari. Mai uno screzio, mai una falsa partenza.
Ha solo la luce che ogni tanto si spegne. La lampadina non regge e si brucia, forse le manca una guarnizione. Quando glielo chiedo il marito la cambia, ma è un po’ che me la tengo spenta e nera, tanto si vede lo stesso.
Ma oggi la svolta.
Accendo l’amico e prendo gli ingredienti per la crostata, che lo smilzo sta finendo il vialetto e babbonatale arriva alle quattro a ritirare del materiale e a fare merenda. Sono gli ultimi ritocchi, ancora un sabato e c’est fini. Il giro dei saluti sarà strano, meglio addolcirlo un tantino.
La ricetta della mamma non tradisce mai, penso mentre sento le marteau piqueur che rimbomba di sotto. Metto il burro nella teglia e lo infilo nel forno per ammorbidirlo. Intanto mi ricordo di un messaggio che latita dal mattino e prendo il telefono per rimediare. Il figlio gironzola a sbirciare le attività in cucina e parte con un fuoco di fila di domande che riguardano il dolce, la digestione del dopopranzo e tutto l’universo creato. Rispondo a lui e anche al messaggio, ma due cose insieme distraggono, vengono male.
E bruciano il burro.
È troppo tardi quando apro lo sportello: una fumata grigia mi investe e l’odore del grasso colato appesta la cucina. Perché la tortiera è di quelle apposta per crostata, con la base che si leva e che tiene solo la pasta finita. Se voglio sciogliere devo mettere la carta stagnola. Altrimenti.
Estraggo l’oggetto: gronda liquido giallastro che cade a grosse gocce sul pavimento.
‘Tenete il cane!’ grido alla ciurma che ha subito abbandonato la nave in fumo. Dopo l’avventura del cioccolato un’indigestione di burro fuso anche no. La figlia accorre, solleva e deporta il quadrupede già intento a leccare. Il figlio vorrebbe chiedere ancora, ma la nebbia lo spinge a seguire gli altri di là.
Spalanco tutte le finestre che posso e rassicuro il marito che a testa in su chiede notizie.
Poi, genio, mi ricordo della funzione auto pulente di forni così, lo chiudo e invece di spegnere lo metto al massimo in modalità cottura parte di sotto. E tanto valeva dargli fuoco con la benzina che era uguale.
Guardo il riquadro e dentro il disastro. Una nuvola densa spinge per uscire. Che faccio? La libero? La aspiro con una cannuccia? Chiamo i pompieri?
Tanto ormai…
Spengo, apro e scappo.
Un mostro nero e puzzolente balza fuori ed è la guerra. Il pacchetto della farina è il primo ad essere colpito, tenta di difendersi ma. Lo zucchero si fa scudo con il sale, prendi lui prendi lui, sussurra codardo. La ciotola si ribalta per proteggere l’uovo. Le fruste se la danno a gambe nel lavandino.
Lascio organizzare le truppe, poi partiamo al contrattacco.
L’incenso si lancia in un’operazione diversiva deodorante.
Acqua e aceto sono come sempre in prima linea, ecologici e solidali. Io li aiuto come posso, una spugna per volta.
Un’ora dopo, le buone pratiche hanno avuto la meglio. Il forno è pulito, la torta pronta sul piano di lavoro, congedato Grisù.
La prossima volta però si fa il tiramisù.


merenda d’antan





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