LIX. Gioco in doppio

Il mio spin-off latita. Da un po’.
Mi manca il suo graffio sul diario, la battuta che mi ribalta il quotidiano.
La chiamo.
La comunicazione parte in rincorsa, suona, non risponde, risponde, non sente, richiamo, è occupato. Riprovo. Suona, ma sento che chiama dall’altra parte. Risponde? Rispondo? E dove rispondo? Che magia vera un telefono dove si incrociano due linee, via messaggeria, via internet, via Como chiama rue Lille, allora, ci sei? Chi sei? Chi siete? Dove andate? Cosa portate? Un fiorino!
Ci siamo. Battuta più battuta meno.
Un po’ sbattute a dire il vero. La chiacchiera ingrana, ma il tema non è libero. Anche noi siamo colpite dalla conta dei conti intorno al corona. Ce l’hai, mi manca, però ce l’ha lui, vai col test, negativo, positivo. E ci girano i poli intorno al magnete globale che attrae e respinge all’interno del nucleo.
Siamo a casa, sì tutti bene.
Figli?
I ragazzi da domani niente più presenza a scuola, li aspetta almeno un mese tutto a distanza.
Beh, qui siamo ancora in vacanza, sarà per l’altra settimana. Elementari e collège dovrebbero resistere aperti, ma chissà.
Mariti?
Un caso positivo in ufficio. Test negativo. Caos di informazioni e di procedure: stia ancora a casa, no può tornare, il medico dice, l’ASL manda mail. Mai uno che si metta d’accordo.
Un caso di contatto. Telelavoro e dipende dal risultato del collega. Negativo può tornare. Positivo ha vinto un test anche lui.
E i sintomi assenti non fanno la differenza. Meglio testare, meglio sapere. Io andrei al mare.
Ora del coprifuoco?
23.
21.
Eddai, non vale. Se siamo tornate adolescenti toglieteci anche le rughe, allora. Che Cenerentola a mezzanotte ci lascia la scarpina, mica la pantofola.
Palestre?
Chiuse.
Chiuse.
Andremo tutti a correre, anche solo per il gusto di poterci togliere senza danni la mascherina.
I musei, i teatri?
Chiusi.
No, da noi sono aperti. Scegli un orario per la visita, prenoti lo spettacolo, mani-maschere-distanze e la cultura per ora tiene.
Vedi un po’ che magari per una volta al nord dice bene.
La spesa, il lavoro, la chiesa. Continuiamo il confronto in un gioco di doppio dove a un certo punto arriva la battuta che decide la partita.
Non so chi è di servizio. Forse io. Lancio la palla, lei ribatte, rido, ride, altro colpo, altra battuta.
Come a scuola quando ci prendeva la ridarella nel momento più serio della lezione. E scendono pure le lacrime, anche se il momento può sembrare sbagliato.
Mica un riso nervoso, no no è una risata di pancia, di tutto. Esce e libera l’aria che ho nei polmoni. Piango al telefono. La sento che piange. Dal ridere.
La vedo che ride nella sua cucina luminosa dall’altra parte della via. Da casa a Casa, è solo una questione di passi.
Da fare lunghi e ben distesi dice qualcuno per allontanarsi dai guai.
Ma ci siamo in mezzo da un pezzo, a ‘sto malanno stagionato.
Tanto vale farsi ogni tanto un’onesta risata.
Non offende nessuno e ti cambia la vita.

below the line

Spin-off
Eccomi cazziata pubblicamente, in mondolettura!
Ammetto la latitanza e chiedo venia, ma è iniziato l’autunno e nonostante le pillole di vitamina C e le gocce di vitamina D, il mio organismo risente di uno spaventoso rallentamento.
Grazie a Dio, il ministro Giuseppe ha pensato bene di venirmi incontro e ripristinare la DAD. Sappiamo tutti l’importanza di far pascolare le nostre caprette all’interno di un istituto scolastico invece che nei locali di casa, ma manca solo un anno alla patente del mio primogenito, motivo sufficiente per sacrificare la cultura e sostenere ogni provvedimento che mi permetta di puntare la sveglia dopo le 6.30.
La prassi ormai prevede che dopo cena il mio cervello entri in lockdown, le funzioni vitali si azzerano dopo la doccia e l’unica parte che ancora comando agilmente è l’indice che serve per scanalare dal 1 al 54 e ritorno. Troppo impegnativo persino scegliere un film, il segreto è  fermarsi su qualcosa di già visto,  così se mi addormento non rischio di perdere il filo.
Ma ci sono momenti, sere, che sere, in cui squilla il telefono ed è MIKIFRANCE. Parte la botta, la secchiata di acqua fredda che ti fa inarcare la schiena, poi tento di rispondere e cade la linea, rispondo e non si sente, aggancio e arriva il messaggio che mi cerchi, lo so che mi cerchi, non mi vedi sono qui!!! Provo io, non rispondi, ma se sei secondi fa avevi il telefono in mano dove diavolo sei andata? Come al solito starai facendo otto cose insieme, stai ferma. Finisci di cercarmi, fai una cosa sola: TROVAMI!
Eccoti! Per i primi due minuti parliamo contemporaneamente, dicendo le stesse cose, tu sulla cornetta francese e io quella italiana, le solite cose intelligenti: ma ciao, volevo chiamarti, stavo mangiando, lavati i denti e vai a letto, è un sacco che non ci sentiamo, abbassate la tele!, come state?, non me la ricorda la password non vedi che sono al telefono?, la conversazione inizia sempre con l’ingresso nei rispettivi bagni, ma in casa nuova ce l’hai il bidè?, vabbè siediti sul water e liberati!
Come due vecchie parliamo di malattie, figli, mariti, scuola, genitori, lavoro…e qui casca l’asino. Quella che dovrebbe parlare di lavoro sono io, invece abbiamo passato mezz’ora a parlare del tuo lavoro. Tu lavori due ore a settimana (quando c’è vento a favore), i tuoi lavori consistono nel leggere fiabe o parlare italiano…Sono lavori questi?! No, guardami in faccia e dimmi che sono lavori! Mi aspetto che ti chiamino per offrirti un lauto compenso per passeggiare lungo il fiume o fare un giro in bici nei campi!
Ma siccome l’ironia è il sale, il pepe e anche la maionese del nostro rapporto, iniziamo a scherzare e ridere sui tuoi prestigiosi incarichi. Scusa, mi ero quasi dimenticata del posto come assaggiatrice di birra…rifiutato perché ci mettevi troppo a smaltire la sbornia, insomma non posso sempre lavorare, ho una vita privata. No, Mika hai ragione! Due ore a settimana possono bastare! Anzi, vuoi che ti mandi un po’ di vitamine?!


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