LX. Numero tredici

La maglia te l’ho presa grande, almeno lo pensavo. Perché vista così mi sa che ti va giusta. È nera a maniche lunghe con il colletto bianco. La squadra si nota appena, discreta ed elegante. La regia mi suggerisce che tu tifi Sudafrica, ma gli All Blacks più che una squadra di rugby sono un simbolo. Di forza e rispetto. Ecco il perché dell’acquisto.
Non ti ho scritto il numero dietro.
Quanti anni compi lo si legge sul biglietto che accompagna i regali, che non sono tredici, però.
Tredici sono i palloncini gonfiati e sospesi in attesa.
Tredici le candeline sulla torta al cioccolato.
Tredici.
Che ti porti fortuna.
Noi ce la mettiamo tutta per darle una mano, alla dea bendata, perché ogni tanto va a sbattere. Forte.
La cucina stasera assomiglia al cantiere di babbo natale. Quello vestito di rosso, l’ufficiale. Oggi c’è bisogno di folletti, più che di betoniere. Tua sorella arriva in punta di piedi nudi e resiste mezz’ora stoica prima di cedere ai ‘vai a metterti almeno le calze’ di papà. Ha aspettato che ti addormentassi, poi è scesa al segnale. Cospiratrice felice, è entrata nell’olimpo delle divinità festive e non vuole perdersi neanche un pezzo di scotch dei preparativi.
Quattro per i tredici.
I regali. Sono quattro. Il numero che volevi. Ma sono tutte sorprese. Più o meno.
Perché hai tentato di esprimere desideri, ti sei impegnato con un catalogo di giochi natalizi trovato nella posta. Però si vede che non è nelle tue corde. Vuoi tutto, vuoi troppo, ti innervosisci, non vuoi più niente.
A te importa la festa, trovare la casa addobbata e il tavolo apparecchiato di dolci e cose incartate. Fossero anche due macchinine e un pacchetto di caramelle.
Peccato non poter essere a Casa con la squadra al completo.
Dici a tutti che compi gli anni. All’amico capocantiere mentre beve il caffè, ad Osho che ti ascolta con la spatola di stucco in mano, ai nonni al telefono, come se non lo sapessero.
Tu sei così. Fino all’ultimo non ci credi, tanta è la paura di sbagliare, di dimenticare, di restare indietro.
Non ho una storia da raccontarti per quando sei nato. Non c’ero. Penso fosse un’ora come questa, alla soglia del mattino, con le stelle che prima di andare a dormire giocano a nascondino.
C’era vento, non lo so, ma lo sento.
Perché è tua la bufera che spazza il pattume, che ti fa pulito, onesto, diretto.
Tredici anni fa chi l’avrebbe mai detto?

controsoffitto

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