LXI. Corrispondenza

Il francese mi aiuta con la memoria.
Meglio delle vitamine che il mio spin-off – provocato – mi consiglia in LIX. Sarà l’allenamento continuo allo switch linguistico, il dovermi sintonizzare sul canale giusto per essere capita, sarà che leggere comunque aiuta, fatto sta che ci sono guizzi buoni anche nella mia testa intasata.
Per esempio. Scopro che uno dei libri che più mi ha segnato, una novella edita da Sellerio anni fa, ha l’originale nella langue de ma troisième vie.
Thiry è lo scrittore, belga in realtà. La sua raccolta Nouvelles du grand possible da cui l’editore siciliano ha recuperato Distances è del 1960. Sessanta. Gli anni da qui a lì. Ne avevo venti quando l’ho letto nella traduzione italiana, forse qualcuno in più.
Sarà anche per questo.
Allora scrivevo ancora. A mano intendo.
La maggior parte erano appunti universitari, ma c’era già un diario, molto meno quotidiano, e tanti biglietti a chi mi stava intorno.
Lettere qualcuna.
Poi arriva la storia di Distanze. Che inesorabile mi cambia il Tempo.
C’è un padre che riceve le lettere dalla figlia lontana, ma sono décalées rispetto alla sua vita. E fin qui tutto normale. È solo che lei non c’è più. Lui lo sa e aspetta le notizie che arrivano da un’altra realtà.
Io scrivo e so che potrei essere letta anche ora. Digito per me e per i miei amici, in un legame che mi incanta ogni giorno. Ma se dovessi raggiungerli tutti a mano altro che crampo.
E al di là della quantità di lettori è soprattutto il tempo il miracolo. L’immediato, il subito, il presente continuo.
Con una lettera non si può.
La scrittrice di famiglia ne sa qualcosa. Sono settimane che ci sta provando per la sua amica al paese. Scegli il foglio, trova la penna del colore giusto, no forse è meglio la matita. O i pastelli. Che dici, mamma, faccio anche un disegno? E cosa scrivo? Fattoria con quante erre? Ce l’hai una busta rosa?
Va bene anche gialla, figlia?
Perché, lo confesso, ho ancora in giro un po’ di carta da lettere.
Usata una volta sola negli ultimi dieci anni. Ma.
C’è quel brivido quando lasci andare la lettera nella buca. Stunf fa la carta atterrando sulle altre. Stunf fa il cuore che si affida. E inizia ad aspettare. La partenza, l’arrivo di là, la lettura, la risposta, la partenza, l’arrivo al di qua.
Se hai altro da fare te lo dimentichi pure, non ci badi, ma se il tempo rallenta, cambia o si inceppa, sono guai.
La fiducia vacilla, l’ansia si insinua e addio poesia. Peccato.
Perché di poesia ce n’è tanta nella calligrafia personale, negli errori, nelle cancellature, nei tratti incerti.
Che ormai scrivono a mano solo gli anziani, gli artisti o i bambini.
Tutta gente che del tempo di attesa ne sa davvero qualcosa.

fatto a mano


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