LXIII. Vigilia

D’accordo. Lo ammetto. Oggi faccio parte anch’io della folla che assalta i negozi prima dell’ora virale.
Non per la spesa. Ci ho già pensato ieri.
E non di mattina. Troppo facile.
Anche perché figli e cane vanno pascolati prima di mezzogiorno, appena dopo i mestieri, che così mangiano più abbondante del solito e sono sedati per il pomeriggio.
Bici e guinzaglio e andiamo.
Un momento, ma quanta gente c’è in giro? Nei nostri recenti vagabondaggi per il quartiere non abbiamo mai incontrato così tanti bambini, cani e anziani portatori di maschere e chili di baguettes. Gli operai del cantiere guardano straniti come noi il parco affollato. Ci sono pure due trattorini che tagliano il prato e raccolgono le foglie. E lungo la strada che porta al collège una pulitrice che lava per terra.
L’unico evento in vista domani è la consegna della libertà al corona sovrano. E succederà lo stesso anche se rassettiamo. Ma tant’è.
Siamo formichine in libera uscita prima di entrare nell’inverno. Facciamo scorta d’aperto, di incroci umani a distanza, di saluti improvvisati.
Come un ciao al volo ai nostri amici che abitano poco lontano. Dalla porta scambiano solo due battute, tanto poi ci sentiamo.
Stiamo per salire di nuovo tutti sullo stesso treno a posti blindati e fine corsa ignota.
Prima di partire però devo recuperare una porta.
‘Vado, figli, se ritardo fate merenda’.
Ho appuntamento per il ritiro all’una e trenta.
I cinque minuti di autostrada sono liberi, la corsia opposta invece è bloccata. Prendo nota.
Entro nello spazio dedicato, ma ci sono già auto in tripla fila. Torno fuori e trovo parcheggio che facevo prima a venire a piedi.
Un’ansia per volta.
All’accoglienza mi accolgono bene, mi danno la ricevuta, ma adesso torni fuori, madame. Che c’è da aspettare.
D’accordo, grazie mille. Avviso casa.
Poi mi rilasso, mi guardo intorno. Penso che per fortuna non ho bisogno di entrare in negozio come i tanti malcapitati che vedo passare. Deve essere dura sopravvivere un mese senza una pistola per la colla a caldo.
Per sbaglio mi osservo le scarpe, noto uno strano assetto sotto il piede destro. Suola e tomaia si sono separate e chiacchierano fitto fitto. Di sicuro della mia recente critica sociale. Ben mi sta.
Ma tanto nessuno se ne accorge e, come dice, il saggio ‘potrebbe andar peggio. Potrebbe piovere’
E infatti.
Avez-vous un chariot, madame?
Sì, guardi, ce l’ho qui nella borsa insieme all’ombrello e agli stivali di ricambio.
Lo vedo che sbuffa mentre corro sotto al diluvio a recuperare un carrello che porti la porta.
Ringrazio, saluto, ma è già sparito.
Raggiungo la Qubo che sono fradicia. Ci salgo sudata dopo aver caricato la due metri per novantatré.
E mentre guido verso casa con l’abitacolo ingombro e i tergicristalli al massimo, penso che ce la caveremo anche stavolta.


gita fuori porta

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