LXVI. Annunci

Ci sono giorni che bisogna solo lasciarli passare.
Puoi affannarti dietro compiti, faccende, scuse per imbrogliare le ore. La verità è che non serve a niente. Meglio sedersi ed aspettare.
Lo sento subito stamattina. La sveglia libera cambia l’inizio, carico la sonnolenza e resto a letto oltre il dovuto. Ma la pago.
Domenica è giorno di festa, di chiesa, di famiglia, il pranzo tutti insieme. Fossimo a Casa, oggi ci sarebbe anche il cimitero. Qui ce l’abbiamo vicino, è proprio in fondo alla via, ma non c’è nessuno da andare a salutare come fa il ragazzo in bicicletta con un crisantemo bianco nel cestino.
I luoghi di culto restano aperti per rendere omaggio, poi chiusi anche loro. Noi lo siamo già, si resta dentro. Niente messa, niente passeggiata. Il tempo è ostile, l’umore peggio.
La ripresa domani, dopo due settimane di vacanze scolastiche, carica di tensione gli ultimi compiti, è faticoso preparare la cartella.
Io preparo i pizzoccheri, l’ultima scatola che rimane. Le verze sono croccanti, il formaggio delicato, la coccola arriva giusto in tempo.
Manca però ancora tanto a fine corsa, le ore sono lente, grigie, intossicate.
Vorrei fare una telefonata, ma non è aria, scriverò appena posso un messaggio alternativo. Peccato.
Ottobre è passato con il suo viaggio mancato, i baci rimandati e tutti i suoi compleanni importanti non festeggiati, a volte pure dimenticati, in una conta imprecisa e disordinata di settantuno, sessanta, quarantuno, settanta, tredici, trentanove, nove, quarantotto.
Novembre ne riceve subito il testimone in un cinquantaquattro d’ingresso e nell’ottanta di un nonno mercoledì. Chiameremo, ci vedremo in virtuale. Ma che rottura, ‘sto periodo.
Che noia, ‘sta giornata storta.
Vorrei rifugiarmi sotto al piumone come quando ero piccola, nel lettone di mamma e papà. Lì sotto niente di brutto può capitare, gli incubi evaporano al solo contatto del cerchio magico, i pensieri diventano farfalle colorate e se resti un po’ di più inizia il calore, quello buono degli abbracci, profumato di pane e cioccolato.
Adesso che siamo noi i genitori la magia è diventata intermittente. A volte si inceppa, idiota si incanta per un niente.
Soffio, mi concentro, cerco energie, ma resto scarica come un pesce a molla che boccheggia.
‘Mamma, puoi venire un attimo, per favore?’
Sono ore che è barricata in camera sua, ha fatto una torre con i libri e la sedia, i pupazzi sono un esercito in difesa, il teatrino delle marionette blu è il quartier generale.
Che meraviglia, la vita. Ti toglie un rifugio, ti regala una figlia. Il mio posto perfetto per i giorni in tempesta. Mi fa spazio sotto la tenda, mi dà una caramella.
Poi appende un cartello alla porta, avverte gli amici.
Noi si sta dentro, se volete entrare suonate.
Ne saremo felici.

Merci!

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