LXVII. L’organidramma

Il marito in bicicletta con l’ombrello è una fotografia non scattata.
Peccato.
Perché è il riassunto di oggi, della sua mattina che lui liquida con un laconico ‘è stata piena’.
È in télétravail da venerdì, c’est-à-dire secondo giorno di riunioni fiume in tv. Stancante, ma senza traffico e con il caffè più buono.
L’assetto familiare nel nuovo lock down è strano. Ora sono io che esco per lavorare, anche se il mio spin-off dissente quando uso questo verbo rivolto alle mie attività extra moenia. Di fatto mi pagano per parlare italiano due mattine la settimana e ho pure La Professionale che lo dimostra e mi permette di uscire.
Accompagno Miss Pochette a scuola e raggiungo l’istituto di lingue lungo una strada quasi sgombra come i miei pensieri.
Perché il figlio entra alle dieci ed esce alle undici e venti per una strana organizzazione che non ho capito, la figlia è da recuperare alle undici e mezza. Ma io arrivo a mezzogiorno, a giochi fatti.
Ho il cuore leggero. Non mi sono neanche portata le chiavi di casa, in una sfacciata dimenticanza. Per una volta non mi preoccupo di lasciare il nido rassettato per evitare la confusione del rientro, o se ho chiuso, rimboccato la coperta al minicane, dato l’acqua alle piante. Cose così.
Mi accomodo in sala lezione, mando il messaggio del tutto ok e cambio canale. Serena. Rilassata. Inconsapevole di ciò che sta per accadere.

Il responsabile della baracca dribbla un paio di riunioni e decide di accompagnare il figlio a piedi, che due passi non fanno mai male e così lui entra en douceur.
‘Ti lascio le chiavi, ci vediamo dopo’.
Rientra in ufficio, fa una visio liofilizzata e torna fuori diretto alle elementari che distano un paio di chilometri. Il tempo minaccia, ma tanto va in macchina.
O almeno dovrebbe.
Perché la Yrossa non parte. Maddai, non ci credo. Riprova. Niente. Batteria andata.
Lui no, è ancora lì. Ma deve farlo e anche in fretta, che per fortuna è uscito cinque minuti prima, mica come quella sciagurata della moglie che fa sempre tutto sul filo di lana. Lui ha ancora il tempo di pensare, prendere la bici e sfrecciare per le vie del centro alla conquista del cancello d’oro.
Quanti anni erano che non pedalava con qualcuno seduto dietro? La figlia, alla sua prima esperienza in tandem, riesce ad infilare un piede nei raggi. Forse voleva aiutare. Non cadono per compassione stellare e guadagnano la porta d’ingresso.
Ma manca qualcosa. O piuttosto qualcuno. La sentinella sbadiglia, dal suo cuscino non ha visto nessuno.
E dove sarà finito? Vuoi vedere che non ha capito e lo sta aspettando? Ma gli ha dato le chiavi, era chiaro.
‘Tu intanto apparecchia’ lancia alla figlia che coccola il minicane.
Scende, si rimette in sella, ma ha cominciato a piovere. Rientra, afferra l’ombrello, riparte.
È qui che lo incrocio. È questa la fotografia.
Sto girando nella via e ci metto un attimo a riconoscerlo. Il mio cervello rallentato dallo stupore si incanta su marito-bici-ombrello. Freno, abbasso il finestrino per salutarlo.
Non è in vena di convenevoli. Capisco che l’ora è grave.
‘Vado io a cercare il disperso, tranquillo’
Me lo sento dire e penso che oggi va proprio tutto a rovescio: io che rassicuro un agente 00zen.
Eppure.
Il mistero della scomparsa è presto svelato. C’è stato un errore di comprensione – mio – leggendo il programma della mattina al collège. Alle dieci avevano una discussione in classe sui principi della libertà di espressione con minuto di silenzio finale per onorare un prof di cui tutti hanno sentito parlare. E poi per me era finita. Mica riprendi i corsi così, a cuor leggero. Non c’era scritto niente, in effetti, ma io ho pensato che facessero una pausa pranzo più lunga. Invece.
Il marito mangia veloce, inizia fra un quarto d’ora. Deve recuperare le ore convertite in attività sportiva. Il caffè lo berrà più tardi.
Io sparecchio, compilo La Scolastica e consegno i figli alle lezioni pomeridiane.
Poi telefono al meccanico.

la chiromante (fotografia di FraBi)

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