LXXIV. Acqua tonica

Arrivo puntuale all’Istituto di lingue. Anzi in anticipo.
Ci sono macchine in strada, ma scorrono senza intoppi. Potere del confinement.
Non passo più a prendere la mia allieva come facevo prima, troppo promiscuo, troppo rischioso. Lei prende tre mezzi e ci vediamo qui.
Arriva comunque prima di me, sarà partita all’alba ma tanto dorme poco. Stanotte ancor meno a giudicare dall’energia bassa con cui mi saluta.
Caffè e partiamo.
Ormai mancano tre lezioni, è davvero brava. Donna di cultura, brillante, adora imparare e si sente. Chiacchiera in italiano con pause brevi e sono piuttosto respiri che le danno una bella cadenza à la française. Mi ha viziato la volta scorsa con un vasetto di marmellata di castagne fait maison, oggi le affido Andrea Vitali. La sua Tecla Manzi sarà in ottime mani.
Le due ore e mezza scivolano veloci, ogni spunto è buono per farla raccontare. Ho poco da correggere, tanto da ascoltare. Ha un approccio interessante all’educazione, all’alimentazione, ai viaggi. È nonna da poco più di un anno, cuce di tutto, si interessa di astrofisica. E ha un paio di scarpe rosse da paura.
È stata in Italia una sola volta, nel ‘76 con i compagni di università. Soggiorna a Firenze, rimane incantata davanti al Botticelli, scappa a Roma con un’amica, ci mettono cinque ore. Chissà che treno avranno preso. Assaggiano i famosi gnocchi alla romana, ma sanno tanto di fregatura. In compenso mi descrive un gelato millegusti su un letto di mezzo chilo di fragole a duemila lire, il prezzo d’epoca di una boule de glace in Francia.
Il sole picchia sul vetro, apriamo ad arieggiare, ho sete, ma sono presa dalla storia e afferro senza badarci la bottiglietta trasparente che c’è sul tavolo. La apro. E mi accorgo giusto in tempo che è il flacone del gel hydroalcoolique.
Sono Baby in Dirty dancing quando non riesce a fare il salto e improvvisa una mossa diversiva. I miei pollici non si dimenano a destra e sinistra, ma sono coinvolti in una disinfezione fuori tempo e fuori luogo.
La mia allieva non ci bada e finisce il suo exposé senza batter ciglio. Elegante e discreta, ché signore si nasce. Io potrei ancora sperare di diventarlo se mi impegnassi un poco. E invece.
Non ce la faccio.
Concludiamo l’incontro, mi accorgo che devo scappare, ma prima confesso.
Che non volevo disinfettarmi, ma bere. No, non la soluzione, anche se alcolica. L’acqua. Quella che mi porto sempre in borsa in caso di arsura, la mia coperta di Linus idratante.
Lei mi guarda, rimane interdetta, chissà poi perché gliel’ho detto.
E come il crack quando stacchi un pezzo di cioccolato dalla barretta, lei scoppia a ridere. Di cuore, di gusto, di brutto. Mi contagia in tempo zero e diventiamo due cloni dello Scacciapensieri della RSI. Il colore è lo stesso, il mal di pancia pure.
Arrivo puntuale alla scuola del figlio. Anzi in anticipo.

oggi gira bene




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