LXXIX. Presa diretta

Arrivo trafelata. Come al solito.
Nove e trentacinque. Poteva andar peggio. L’appuntamento un’ora prima della messa mi sembra tanto, ma obbedisco. Ci sarà bisogno di provare il suono o altre esigenze tecniche.
Doveva essere fatto tutto in presenza, la domenica del catechismo familiare e poi la celebrazione nella chiesa grande, vicino a casa. Avrei dovuto animare il gruppo dei piccoli insieme alle catechiste. Invece.
Oggi si racconta la parabola dei talenti e la responsabile mi ha chiesto se mi andava di preparare le illustrazioni.
In video non so quanto rendano. Ma tant’è.
Figli e marito hanno il link da aprire su YouTube per assistere in diretta. Io ho il privilegio di essere sul posto. Anche se in ritardo di cinque minuti.
Ho la Vecchia in borsa, compilata au hasard. Se mi fermano non sono proprio in regola. Primo perché sull’autocertificazione per uscire in lock down non esiste voce relativa alla partecipazione a funzioni religiose, secondo perché andrà lunga e dovrò rifarla di sicuro per il ritorno.
Pazienza. Intanto comincio ad entrare, che le chiese godono comunque da sempre di immunità.
Il piazzale è semideserto, ovvio, dovremmo essere al massimo una ventina.
La porta è chiusa. Ah sì, mi hanno detto di passare dal retro.
Boh, chiuso anche qui. Bisognerà suonare. Busso per mancanza di campanello. Niente.
Ma forse l’ingresso è dalla casa parrocchiale. Faccio i due passi lungo il viale e mi attacco alla sonnette.
Bonjour, père. Désolée pour le retard
Mais je n’attendais personne’ mi sorride il parroco che profuma di caffè.
Mais la messe, la vidéo au Sacre Coeur…’.
E appunto.
Questa è Saint Paul.

Scrivo al volo un messaggio di ‘sto arrivando’ mentre riprendo auto e strada. Ma come ho fatto a confondermi? La parrocchia ha tre chiese e due santi: Saint Vincent et Saint Jean. Dovevo andare nell’unica intitolata diversa. E non da San Paolo nella parrocchia vicina. Chissà che razza di associazione mentale ho fatto.
Perché quando mi hanno dato le indicazioni ho annuito esperta che le so tutte, anche le entrate secondarie. Mica mi serviva il navigatore per venire in questa bella chiesa moderna di mattoni rossi dove in tempi sani ci si trova sempre in centinaia per l’apertura dell’anno catechistico. È qui che si fanno i concerti d’organo e si esibisce il coro. Normale che per me fosse questo il set ideale.
E appunto.
Dieci meno dieci.
Ma quanti preti ci sono? C’è quasi più gente sull’altare che tra i banchi.
L’occasione è solenne.
Prova microfono, prova suono, proviamo anche la storia che c’è ancora tempo.
Mi piazzo dietro ai cavalletti, i pannelli organizzati, la lettrice è brava, seguo le parole con i gesti, faccio camminare i due personaggi, apro le finestrelle sul tetto, faccio uscire i cuori, giro il giardino, l’edera si arrampica sull’albero spoglio.
Il regista è soddisfatto, la chitarra è un ottimo accompagnamento.
Un tizio con auricolare, telefonino e sciarpa bianca si aggira come un bodyguard preoccupato della sicurezza. In realtà è il fonico che con non so quale app controlla l’acustica.
C’è un faretto che tremola e lo farà fino alla fine, ma non interviene nessun tecnico luci. Forse non c’è.
L’animatrice dei canti ripassa i gesti guardando lo spartito sulla sedia.
Il vento si appoggia sul tetto e bussa deciso, ma mi sa che non può entrare.
I rintocchi della mezza sono il segnale.
Si fa silenzio.
E così sia.

nel peggiore dei casi

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