LXXXVII. Alter ego

Ma guardateli quei due.
Camminano fianco a fianco, si tengono per mano. Hanno qualche capello sbiadito, la trama degli anni evidente, ma il passo è ancora vivace, le spalle dritte, lo sguardo lungo l’orizzonte.
Si dirigono a scuola, convocati per l’annuale incontro con l’équipe educativa.
Lei ha la cartelletta in borsa, tutta la storia e la preistoria sempre a portata di mano. Non serve mai, ma au cas où lei ce l’ha. Non butta niente, scrive tutto, un diario di bordo in piena tempesta. È un esercizio che la calma.
Lui non fuma, lo farà solo a impegno finito per voltar pagina.
Su la maschera, stanno entrando. Si disinfettano le mani con il gel, compilano il registro delle entrate: ora, nome, motivo e firma. La cerbero gentile in guardiola elenca una serie di corridoi e scale da prendere per arrivare alla sala riunioni. Si sono già persi alla prima svolta, per fortuna vedono in fondo al tunnel l’insegnante referente che li porta in salvo. L’aula è enorme, vuota, sono in cinque, si siedono lontani, a distanza di voce. I saluti sono d’ufficio, un po’ più che formali, la conoscenza inclina gli occhi in un sorriso. C’è chi detta, chi scrive, chi parla, chi tace. L’ora è veloce, quasi piacevole, cose che succedono tra persone che ci tengono al bene.
I due genitori un po’ se lo aspettavano ma sono stupiti. Il tredicenne mostra il suo lato migliore in mezzo ai compagni, in italiano li aiuta persino. I professori lo descrivono serio e attento, calmo soprattutto. Calmo, capite? Si comporta come un dottor Jekyll qualunque. Mentre la casa è ancora scossa dall’ultimo passaggio di Mister Hyde.
Ma la vicepreside ci conferma che il confinement ha rotto ovunque parecchie cose e le sedie sono state le principali vittime. C’è una famiglia che mangia da settimane sul divano in attesa che riapra l’Ikea.
Le crepe del terremoto virale sono visibili, ma anche invisibili. Il corona ha intaccato non pochi spiriti, sbreccato manciate di cuori, cabossé un buon numero di menti brillanti. La reazione però è altrettanto dirompente. Si sono aperte strade alternative e non sempre finiscono in burroni.
Ci si trova dentro una passione, una spinta alla gioia che spazza via la fatica. La ricarica passa attraverso il telefono quando chiami Casa, ma arriva anche da una riunione a scuola dove si raccoglie stima e affetto sincero.
E da cui si esce di corsa perché la campanella è suonata da un pezzo e ‘mamma, che si mangia?’

dove resta lo sguardo (foto Asor Iccir)

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