CV. Lampadine

Osho non si è visto.
Sarebbe dovuto passare per sistemare il faretto in corridoio, ma ormai sarà per l’anno prossimo. L’ultima volta – quando è stato? inizio dicembre forse – ha messo in deroga il confinement per aggiustarci la presa del bagno di sotto.
Era più di un anno che se ne stava scocciata, letteralmente, in attesa di un amico elettricista. Che già che c’era ha messo un nuovo punto luce all’inizio della scala. Ma qualcosa nell’impianto si è ribellato, le anziane hanno litigato di brutto con il nuovo arrivato. Si sono messe d’accordo con l’interruttore e ci hanno costretto a scegliere: o il beau gosse dei led o loro. Neanche la pazienza di Osho ha potuto risolvere la tensione, ha dovuto togliere il contatto in un armistizio forzato.
Speravamo in una pace natalizia, ma sembra che sia più un lavoro da Etabeta. Si stanno mettendo d’accordo.
Noi aspettiamo. Anche perché nel frattempo abbiamo altre luci di cui occuparci.
Il marito tempo fa, chiudendo casa per raggiungerci a Casa, si deve essere dimenticato di spegnere il soffitto del soggiorno. Tre ragazzi ci hanno lasciato, ma non sono le lampadine, tutte intatte. Si deve essere interrotto qualcosa tra loro, non si parlano più, restano spenti. Gli altri tre invece resistono ed è un mistero che continua ad aleggiare sulle nostre teste.
In virtù dell’abitudine antico alto francese di far correre i cavi elettrici fuori dai muri, il resto dei locali ha prolunghe e prese multiple da far invidia al reparto illuminotecnica di Magomerlino. Perché l’idea era rifare tutte le canaline à zero ma ci siamo fermati alla fase uno: togliere tutto.
Per questo l’albero di Natale è illuminato da venti candele telecomandate a pile. Che detto così sembra davvero una soluzione terribile, in realtà sono lucine pratiche che non si surriscaldano e, date le premesse, possono anche essere dimenticate accese.
La cucina però da stasera è il nostro capolavoro.
Dopo tre anni il portalampada provvisorio è tornato in una scatola in garage e sopra al tavolo, al centro del centro come marito vuole, è appesa una terzina di vetro perfetta.
Risale a un’altra cucina di famiglia, sostituita per incompatibilità di stile e regalataci perché era un peccato lasciarla andare. Ci è voluto un po’ come è nostro solito per due buchi e un cavo, ma ci siamo. Oggi è arrivato il momento e per noi la sera si accende diversa.
È una piccola rivoluzione, eppure il cambio luce è un altro modo di vedere.
Come avere occhi nuovi, capaci di incantarsi ancora.
Dai, facciamo così.
Io adesso li chiudo in questo angolo di anno e aspetto dentro al buio stropicciato, saluto le solitudini, congedo il dolore.
Intanto voi lassù cambiateci le lampadine, per favore.

dal futuro



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